"Andai dentro la notte illuminata"
Giancarlo Liviano D'Arcangelo, primo libro molto promettente
Gazzetta del Mezzogiorno - 09 Ottobre 2007
Le porte della biblioteca comunale di Locorotondo "A. Bruni" si sono spalancate per il giovane scrittore martinese Giancarlo Liviano D'Arcangelo, che venerdì scorso, circondato da tanti amici, ha presentato il suo primo libro "Andai, dentro la notte illuminata", già all'attenzione della critica nazionale...
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L'isola dei suicidi. Chi vincerà questo reality?
di
Luca Mastrantonio
L'Unità - 07 Ottobre 2007
Si chiama "Golden Death" (morte dorata) ed è il titolo di un folle reality-show. I protagonisti sono tutti aspiranti suicidi e gli spettatori sceglieranno con il tele-voto il vincitore, cioé colui che potrà coronare il proprio sogno. Ovvero suicidarsi, in mondovisione tv, gettandosi dal Golden Gate di San Francisco...
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Dal profondo Sud alla morte in TV
di
Roberto Carnero
Letture - Ottobre 2007
Il libro di questo mese è l’opera prima di un giovane scrittore, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, classe 1977, nato a Bologna ma vissuto soprattutto in Puglia. Un romanzo caratterizzato da qualche elemento forse non giunto a completa maturazione (nella struttura e nello stile), ma dotato di più di un punto di interesse. Un’opera che abbiamo letto con curiosità anche per il tema che affronta, quello di un reality show televisivo estremo, anzi folle, perché il vincitore tra i partecipanti otterrà in premio niente meno che il proprio suicidio...
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La bella e i cervelloni: così la dea del gossip ha sedotto gli scrittori
di
Luca Mastrantonio
Anna - 30 Agosto 2007
Sulle (dis)avventure dell'ereditiera più fotografata del pianeta si accapigliano intellettuali e giornalisti. A colpi di Hegel, Croce e Warhol. E c'è chi la trasforma in eroina da romanzo. Per poi farla volare giù dal Golden Gate...
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Il reality di Liviano è uno show
di
Tommaso Labate
Il Riformista - 25 Agosto 2007
Ricordate Il ballo mascherato delle celebrità che Fabrizio De André raccontò nel bel mezzo della sua Storia di un impiegato? Bene, immaginate ora - a quarant'anni di distanza - un ballo di Céline Dion con Saddam Hussein, il tutto in diretta televisiva e nel bel mezzo di un reality show in cui c'è gente che si suicida (anche Paris Hilton). Succede tutto questo, e anche molto di più, nel romanzo d'esordio del giovane e promettente scrittore pugliese Giancarlo Liviano D'Arcangelo.
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La Morte vista in diretta ha il fascino del reality
di
Sergio Rotino
Queer di Liberazione - 16 Settembre 2007
Di Andai, dentro la notte illuminata, romanzo dell’esordiente Giancarlo Liviano D’Arcangelo, avevamo già potuto apprezzare uno stralcio sotto forma di racconto su Voi siete qui, antologia curata da Mario Desiati per i tipi della minimumfax agli inizi di quest’anno.
Il senso oppressivo di morte, di implosione della civiltà occidentale come-noi-la-conosciamo che si poteva intuire in quelle pagine, appare qui amplificato e offerto in una delle sue possibili articolazioni. Per essere più chiari, in Andai, dentro la notte illuminata si narrano i quattro ultimi (possibili) giorni di vita di Alex, protagonista principale oltre che voce narrante della storia, definito dal suo
autore sul sito www.notteilluminata.com come il «disilluso e sfiduciato rampollo di una famiglia prima benestante e poi in grandi difficoltà economiche, elemento che lo sradica completamente dal contesto in cui nasce e cresce».
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Andai dentro la notte illuminata
di
Alcide Pierantozzi
Rolling Stone - 25 Luglio 2007
Ecco la storia di Alex e del Golden Death, degenerato – come pure profetico – show televisivo che mostra in diretta il suicidio di un gruppo di tele-concorrenti postmodernissimi, fra cui non mancano né Paris Hilton né Saddam Hussein: in sostanza il primo reality show di chi ha deciso di morire. Tra finte labirintiti borghesiane, scripts alla Palahniuk e una joint venture cognitiva che sembra mediata dalle pagine migliori di DeLillo, il giovane D’Arcangelo, classe ’77, ci sprofonda nei traumi di una generazione che vive ai margini del mondo sviluppato, rivelando un talento insolito, autentico, denso e visionario. Leggere questo libro diverte e sgomenta, ci pone sul "teatro epico" di un mondo in cui, come già anticipava Benjamin, l’abisso che separa l’attore dal pubblico è come quello che separa i morti dai vivi. Sono convinto che questo D’Arcangelo, tra un paio d’anni, sarà tra i più grandi scrittori del nostro tempo.
I finalisti del Premio Viareggio
www.zam.it - 14 Giugno 2007
Andai, dentro la notte illuminata, è stato selezionato per la finale del 78esimo Premio Viareggio, sezione Opera Prima.
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Mondo Reality: Paris Hilton, anima dello show business
di
Rossano Astremo
Nuovo Quotidiano di Puglia - 10 Luglio 2007
[...] I reality show invadono il mondo delle lettere. Era successo, di recente, con “Troppi paradisi” di Walter Siti e con “Fiona” di Mauro Covacich, romanzi nei quali il mondo dei reality show entrava sottilmente nella costruzione narrativa, e succede oggi in “Andrai, dentro la notte illuminata” (peQuod, 2007), romanzo d’esordio di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, scrittore di Martina Franca, trapiantato a Roma, dove lavora, non a caso, nel settore televisivo. [...]
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Liviano, un esordio in diretta televisiva
di
Leonardo Colombati
Il Giornale - 26 Giugno 2007
[...] Liviano è megalomane e perciò onesto.Con questo suo Andai, dentro la notte illuminata ha preteso di contravvenire ad una delle regole imposte dall’editoria e dalla critica più ammuffite, e cioè che non bisogna mai ambientare una storia in un Paese straniero, e men che mai in America, perché all’America ci pensano già gli americani. Se posso fare un complimento a Liviano, è questo: il suo libro sull’America sembra scritto da un americano. [...]
Il Giornale, Martedì 26 Giugno, pag. 31
Giancarlo Liviano D'Arcangelo: ANDAI, DENTRO LA NOTTE ILLUMINATA
di
Daniela Bandini
Carmilla online - 18 Giugno 2007
[...] Quando leggo che il panorama degli scrittori italiani è desolante e il mercato stagnante, penso a questo autore. E’ l’esempio di quanto possa essere attuale, viva e analitica la narrativa italiana, fondamentale per la comprensione di ciò che viviamo e vivremo, senza avere la presunzione di adottare un linguaggio incomprensibile se non a un’élite autoreferenziale, circoscritta e limitante. [...]
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/06/002278.html
I vizi capitali della provincia nelle storie dei giovani scrittori
di
Antonella Gaeta
La Repubblica - 19 Maggio 2007
[...] Un altro esordio, e un’altra visione esasperata e semitragica, per quanto originale, in Andai, dentro la notte illuminata (PeQuod), di Giancarlo Liviano D’Arcangelo. La ambienta nell’immaginaria VillaFranca, la sua Martina Franca. Il protagonista Alex ("vive tutti i guasti da televisione che, soprattutto nelle periferie, produce il pericolosissimo pensiero unico. Il mio sud è sporcato, plagiato dalla tv") lo porta lontano, fino a San Francisco, per partecipare ad un reality show americano dove il vincitore dovrà lanciarsi in diretta dal Golden Gate. [...]
Una fiaba innevata in discesa libera
di
Luca Canali
Il Giornale - 11 Maggio 2007
Un paio di mesi fa, sulle pagine culturali di un quotidiano lessi che Niccolò Ammaniti e Franco Matteucci avrebbero partecipato al Premio Strega di quest’anno. Considerato tutto il fiato dato alle trombe mediatiche in favore di Ammaniti, pensai che lui avrebbe vinto quel premio. Matteucci, pensai, avrebbe potuto essere un altro dell’ambìta cinquina dei finalisti che io, per puro gioco letterario avrei immaginato così: Tullio Avoledo vincitore con Breve storia di lunghi tradimenti (Einaudi) e, a seguire, Ammaniti con Come Dio comanda (Mondadori), Franco Matteucci con Il profumo della neve (Newton Compton), Laura Bosio con Le stagioni dell’acqua (Longanesi), Liviano D’Arcangelo con Andai dentro la notte illuminata (peQuod) ex aequo con Ernesto Aloia con I compagni del fuoco (Rizzoli). [...]
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Andai dentro la notte illuminata
di
Roberto Alfatti Appetiti
Il Secolo d'Italia - 6 aprile 2007
Dall’ascesa al tonfo in poco più di un lustro, la parabola dei reality show volge al basso. Sembra trascorso un secolo da quando questo format fece la sua trionfale irruzione nei palinsesti, salutato come la strepitosa novità che avrebbe modernizzato la televisione. Una vera e propria rivoluzione annunciata con enfasi. «Alla lunga il cambiamento si vedrà. La tv parruccona anni ’80 è vecchia, non attira nessuno. Si andrà sempre più verso il reality show, c’è bisogno di qualcosa che ci emozioni, che sembri vero». Le parole, gorgoglianti di entusiasmo e risalenti all’ormai lontano 2001, sono di Daria Bignardi, rigorosa conduttrice delle prime due edizioni del “Grande Fratello”.
Il cambiamento, in effetti, si è visto. E non si è fatto neanche attendere troppo. Ma non è stato in meglio. Tanto da far saltare sulla sedia persino un indecisionista come Claudio Petruccioli. Il presidente del cda Rai non ha mostrato dubbi: la causa principale dell’imbarbarimento della nostra televisione, la madre di tutte le volgarità che ne caratterizzano buona parte della programmazione, è proprio il reality. E quel che ne consegue: eserciti di star improvvisate - presunti famosi, nullafacenti, aspiranti veline e selvaggi cowboy della porta accanto - che da anni occupano militarmente ogni spazio televisivo. Rivoluzionario finché si vuole, ma il più delle volte di una noia mortale. La ricetta di Petruccioli è la purga: eliminare i reality per «evitare ricadute anche su altri programmi, con ospiti, riprese e personaggi che ne trasferiscono impronta e stereotipi, diffondendo conformismo e iterazione». La conclusione non lascia scampo: «Se la scelta dell’alt ai reality verrà fatta, sarà possibile migliorare la qualità dei ‘contenitori’, soprattutto quelli pomeridiani». Insomma, se fino ad ora una comparsata non s’è negata a nessuno, popolando i programmi di opinionisti improbabili e starlette spigliate, c’è il rischio di tornare a fare televisione di qualità. O, perlomeno, trasmissioni capaci di fare audience. Perché i numeri parlano chiaro, ammesso che i telespettatori possano essere considerati tali. Salvo eccezioni, i reality fanno flop. Tra uno sbadiglio e l’altro, lo zapping ci ha portato altrove, nonostante la buona volontà di conduttori ipervitaminici dall’apprezzabile energia. Svanita la spontaneità delle prime esperienze, i reality hanno smesso di raccontare la società e il fenomeno sembra destinato a soccombere. Di qui l’amletico dilemma: la fase propulsiva è definitivamente alle spalle o si tratta piuttosto di ridurne dosi e reinventarne contenuti? Sta di fatto che a contendersi gli Oscar del piccolo schermo - in palio nel Rose d’Or Festival, che si terrà a Lucerna dal 5 al 9 maggio - tra le dieci nomination indicate dalla giuria, non c’è un solo prodotto italiano nella categoria reality. Forse perché è più economico adattare format altrui piuttosto che crearne di originali, ma uno sforzo andrebbe fatto, se si vuole offrire una chance al genere.
Reggono solo le corazzate:“GF” e “Isola dei famosi”. E c’è da scommettere che anche “Un, due, tre, stalla”, il nuovo show di canale 5 condotto da Barbara D’Urso, partito con risultati poco incoraggianti, nelle prossime settimane vedrà impennarsi lo share. Perché? E’ stato affidato alle cure di Maria De Filippi, sacerdotessa della televisione italiana, capace di trasformare in oro quel che tocca, l’unica a non essere neanche sfiorata dalla crisi.
Solo una persona, anzi, un “personaggio” potrebbe fare meglio di lei: Alvin Nathan Muggeridge, il trentatreenne anchorman che ha condotto il più grande reality show mai concepito da mente umana, il “Golden Death”, la morte dorata in diretta, lo spettacolo televisivo del secolo, che la sera di Natale ha tenuto inchiodati davanti allo schermo un miliardo di telespettatori in tutto il mondo. No, non l’avete perso. Non l’avete (ancora) letto. Perché Alvin è solo il geniale frutto della fantasia di un giovane scrittore esordiente, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, il cui primo romanzo - in libreria il prossimo 14 aprile (Andai, dentro la notte illuminata, Pequod, euro 15) - racconta senza intellettualismi e moralismi e con una scrittura visionaria, paradossale e godibile, il salto nel vuoto cui sembra destinato in maniera irreversibile il mondo della televisione. Salto nel vuoto, dal traliccio più alto del Golden Gate di San Francisco, che aspetta anche Alex, il giovane protagonista (da VillaFranca, trasposizione letteraria della pugliese Martina Franca), insieme agli altri concorrenti: «Sei prototipi di sconfitti, reclutati tra miliardi di sconfitti, disposti a buttarsi in mare in diretta televisiva interplanetaria ed è questo il miracolo di misticismo postmoderno che sta per realizzarsi nella semitotalità dei salotti intercontinentali». Sei uomini che rimettono il loro destino nelle mani del televoto, pronti a morire per quattrocentomila dollari.
«Questa è gente che vuole passare alla storia» annuncia Alvin presentandoli al pubblico. E l’unico accesso possibile per chi non ha né arte né parte, è la tv. Ne è consapevole anche Alex che - nonostante sia l’unico ad avere una vita e una storia ordinaria, gli altri sono un texano condannato alla sedia elettrica, una coppia di sposi ossessionati dalla tv, un evirato e un malato di aids - è «pronto a morire per rinascere nell’immaginario delle generazioni future. Sarò più alto, sublime, saggio e bello come un dio greco». Perché la tv ha il potere magico di modificare la realtà nel momento stesso in cui dovrebbe testimoniarla, a partire dalle persone che in essa si affacciano.
Testimonial dell’evento tre personaggi “reali” magistralmente ridisegnati da D’Arcangelo: un Saddam Hussein bonario e sornione, applaudito dal pubblico nella sua veste di ospite televisivo normalizzato, una Céline Dion elegantissima e soprattutto lei, Paris Hilton, che fingerà di suicidarsi lanciandosi per prima dal Golden Gate. «Il salto della Hilton doveva servire per convogliare sullo show l’attenzione del pianeta. Sarebbe stata l’apriscatole dell’interesse mondiale».
Su tutti campeggiano la figura e il pensiero di Alvin, «il figlio di Dio o forse Dio in persona» e la sua incrollabile fede nel potere della televisione:«La telecrazia è la vera forma di governo delle società avanzate. Niente è più democratico della tv. Raggiunge chiunque, nessuno escluso. Tutela le minoranze. Più un nucleo sociale è indifeso, più la televisione offre protezione. Parifica ricchi e poveri. In tv tutti fanno le stesse cose e hanno gli stessi desideri. Uguaglianza nei diritti, equa distribuzione e welfare. Non sono questi i capisaldi della democrazia?»
Alvin, a modo suo, è un patriota, un soldato catodico: «La guerra fredda è stata vinta non grazie alla bomba atomica. Che stronzata. Ce l’avevano anche i russi e la Cina. Il socialismo reale su questo pianeta è stato debellato da Fonzi. I telefilm hanno demolito il comunismo. Sul piano del sex appeal non c’era paragone. Ricordi meglio l’approccio storico-materialista di Marx o i telefilm? Sono stati distribuiti in tutto il mondo. Si è creato una specie di effetto domino. Hanno divulgato un modello culturale comprensibile a tutti. Niente progresso o cazzate varie come grandi sistemi. A tutti è stata venduta l’illusione che fosse semplicissimo conseguire il minimo indispensabile per essere felici. Persino un ciccione ributtante, proprietario di una misera ferramenta, come papà Cunningham poteva permettersi una moglie graziosa e devota, un benessere decoroso, dei figli responsabili e una familiare da quindicimila dollari».
E anche il razzismo è stato sconfitto dalla televisione: «E’ stato abbattuto quando si è capito che i negri erano un bel mercato per beni di prima e seconda necessità. Erano già addomesticati a desiderare lo stile di vita dei bianchi. Lasciarli poveri era del tutto antieconomico. Il boom dell’integrazione razziale è Arnold. Negri che potevano vivere come califfi con bianchi straricchi che li adottavano come figli propri. E tutto grazie al liberalismo occidentale, alla solidarietà che consegue alla ricchezza generalizzata e ai benefici del libero mercato». L’ultima grande potenza mondiale – sentenzia Alvin - sono gli States, ma non per le ragioni comunemente addotte. «Perché hanno Elvis Presley e Marilyn Monroe. Con la loro morte hanno creato la percezione ipersimbolica dell’eterna giovinezza, la stessa che cercate voi concorrenti».
Scansiamo un equivoco, quello di D’Arcangelo non è un “instant book” sui reality, scritto frettolosamente per cavalcare l’onda dell’attualità, ma rappresenta, semmai, una divertente quanto mirata allegoria del mondo della televisione nel suo complesso, un lavoro lungo e meticoloso. Classe ’77, Giancarlo, oltre a dimostrarsi un romanziere di talento, è un addetto ai lavori. Studioso di mass media, ha lavorato a lungo in tv.
A Giancarlo chiediamo quanto ci sia di autobiografico nel libro? E ci spiega: «Molto, ma non in senso stretto, è la biografia delle mie piccole ossessioni, c’è soprattutto il mio punto di vista sul materialismo della realtà e il rapporto con l’irrealtà indotta dei reality, determinata da scelte di casting studiate affinché i partecipanti possano interagire e sviluppare dinamiche precostituite. Quello che è più preoccupante, però, è l’omologazione verso il basso del linguaggio televisivo in senso lato».
E, spontaneamente, ci viene anche da chiedere se è davvero così terribile vivere a Martina Franca, tanto da votarsi al suicidio televisivo?
«Se è per questo Martina - spiega D'Arcangelo - è una delle prime città nella classifica europea dei suicidi – ride – ma è l’amore per il mio territorio e il dispiacere per le occasioni perse, e non sto parlando della mancata apertura di un McDonalds, ad avermi fatto scrivere questo libro».
Ma c'è anche qualcos'altro da chiedergli: ti senti uno scrittore impegnato o un narratore puro? Te lo chiedo perché sembra una questione di importanza fondamentale per la maggior parte dei critici…
Lui confessa: «Vorrei essere un corsaro. Non è importante se le storie sono inventate o nascono dal vissuto degli autori, il più delle volte sono un mix, l’importante è non perdere di vista l’attualità».
Voi siete Qui
Sedici esordienti pescati dal Web e dalle riviste
di
Loredana Lipperini
Il Venerdì - 9 marzo 2007
La terza edizione di Best off, con altro titolo e sotto la cura di Mario Desiati, continua a proporre il meglio di quanto proviene sia dalle riviste letterarie che da Internet: e, questa volta, offre un panorama straordinariamente compatto nei pur diversissimi sedici esordi selezionati.
L’omogenità è anzitutto nella qualità dei testi: di grande livello, anche quando si tratta di ventenni come Tommaso Giagni, che in poche pagine ritmate come un brano emo-punk racconta un pugile zingaro, o di Flavia Piccinni, con la solitudine del suo otaku marchigiano. In secondo luogo, sembra di percepire comune consapevolezza, un sentire condiviso anche in autori lontani l’uno dall’altro. Sia quando si tengono in bilico tra narrativa e cronaca come fa Piero Sorrentino alla scoperta dello scasso di Poggioreale. Sia nella raffinatezza linguistica di Giorgio Vasta, con il pregiato flash-back sui bocconi di cibo nascosti da un sé bambino. Sia nella sontuosa messa in scena di una Paris Hilton suicida immaginata da Giancarlo Liviano. Sia nella feroce e dolente antipreghiera al padre di Babsi Jones. Cosa rara in un’antologia, non c’è, infine, un racconto che non meriti lettura e attenzione.
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2007/03/voi_siete_qui.html
Voi siete qui
di
Verena Gioia
Studenti Magazine - 8 marzo 2007
Uno su tutti il racconto "Le suicide de Paris" di Giancarlo Liviano, pugliese di 29 anni: voi che volete scrivere potere star tranquilli, avete tempo. Il titolo francese gioca con il nome della starlette più sopravvalutata e vacuamente geniale dei nostri tempi: racconta l’ultima, mediatica impresa di Paris Hilton. Con la sua morte e resurrezione "darà il suo nome al mondo, per le prossime 72 ore". Stile asciutto, frasi secche. Se vogliamo essere crudeli e paragonarlo a qualcuno ha un pizzico di De Lillo e un retrogusto alla Chandler. Geniale. Leggetelo ascoltando "Meeting Paris Hilton" dei Cansei der Ser Sexy e saprete cosa sta producendo la cultura occidentale.
La qualità dell'aria è buona (ma Paris Hilton è un non-luogo letterario)
di
Luca Mastrantonio
Il Riformista - 7 febbraio 2007
[...] Mentre un discorso a parte merita il brano dedicato a Paris Hilton, di Giancarlo Liviano. "Le suicide de Paris", stralcio narrativo di un'opera che dovrebbe diventare un racconto lungo o romanzo (Andai dentro la notte illuminata, ndr) racconta del suicidio, ennesima messa in scena, della ninfomane ereditiera.
Personalmente credo che Paris Hilton sia già di per sé un'opera letteraria, di pessimo gusto, ma di grande successo e quindi va, ahinoi, rispettata. Insultata no, perché magari le si fa un piacere. Più interessante, che dedicarle racconti, approfondirne l'analisi sociale, non solo di "scostume", tra l'antropologia e il gender study, passando per l'onomastica e la semiotica erotica: lei rappresenta il porno fine a se stesso, il porno di massa nell'era della sua trasmissione fluida, è un prodotto erotico ultra-riproducibile ma non a fini riproduttivi; inoltre ha un nome che è un non-luogo, come lei d'altronde, che è il luogo dove tutti, ovunque, cioè nessuno e da nessuna parte, possono entrare. Uscire. Play, rewind. Ma, in questo caso, la letteratura che cosa può fornire in più? Come può spiegarci questo fenomeno senza cadere nel sociologico, come può metterlo in scena senza limitarsi a suggerire nuovi copioni? Liviano è coraggioso nella sfida, quella cioè di fare un corpo a corpo con un feticcio opaco e usurato, scansionato e scandagliato in un grappolo di blow up sulla sua sregolata vita, privata e anatomica. Ma alla fine, il risultato, è una rincorsa della letteratura sulla realtà artefatta eppure naturalistica, integralmente nature, della Hilton. Il racconto si riduce al divertente, puntuale e ricco story-board di un nuovo video. Lei è un personaggio formidabile, in cerca di spettatori, non di autori. [...]
Saranno famosi? I giovani sono già qui
di
Fabrizio Ottaviani
Il Giornale - 6 febbraio 2007
[...] Ed è, se possibile, ancora più sovralunare il racconto di Giancarlo Liviano, "Le suicide de Paris", in cui si immagina la più nota socialite dell’universo, Paris Hilton, estendere la mitomania dei suoi fan a se stessa e decidere di uccidersi in diretta, sotto gli occhi delle telecamere. Sembra di essere finiti in un universo à la Borges in cui le biblioteche non parlano sempre e solo di altre biblioteche, ma di altri network. [...]
Considerazioni su "Voi siete qui"
di
Rossano Astremo
Vertigine, materiali letterari - 21 gennaio 2007
[...] "Le suicide de Paris" di Giancarlo Liviano è scritto divinamente. Sembra davvero di leggere alcune pagine del DeLillo migliore. Rappresenta ottimamente l’esasperazione del divismo contemporaneo letto attraverso l’utilizzo di una scrittura nitida, precisa, chirurgica. La scena dell’uomo che al rallentatore si avvicina alla Rolls Royce nella quale è presente Paris masturbandosi vale davvero da sola il prezzo di copertina. [...]
http://vertigine.wordpress.com/2007/01/21/considerazioni-su-voi-siete-qui/