Archive for dicembre, 2007

Italia, America e immaginario.

mercoledì, dicembre 26th, 2007

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Grande mela, mela morsa, Ground Zero e Ginsberg: perchè New York continua a impregnare di sé il mondo 

Questo mio pezzo è uscito per “Il Riformista” Sabato 22 Dicembre

Una premessa: non è possibile raccontare l’Italia d’oggi senza parlare d’America. E perché mai? Perché la terra di Roma, il più grande impero che la storia ricordi, la terra di Dante e Galileo, di Michelangelo e Manzoni, di Rossellini e Visconti, di Montale e Pasolini, di Totti e Berlusconi, non possiede la dignità, oggi, di essere raccontata in esclusiva?

Semplice.

Perché nell’Italia moderna non esiste, o quasi, particella dello scibile che non sia influenzata da venti statunitensi, e questa energia a stelle e strisce soffia da ogni direzione e a ogni altitudine. Dalle vette vertiginose della più valida e innovativa letteratura del novecento, a quelle di un cinema indimenticabile che è il vero serbatoio dell’immaginario comune alle nuove generazioni. Dalla spettacolarizzazione della politica, alla scienza esatta dell’utilizzo repressivo dei mass-media. Dall’impostazione tecnocratica del mondo moderno sino a tutto ciò che oggi è consumo culturale in termini di musica, televisione, show-business, narrativa d’evasione, gossip, stile di vita.

Insomma, in via definitiva, volendolo oppure no, siamo tutti americani.

E la dimostrazione scientifica di questa premessa risiede nell’assunto altrettanto veritiero che nel mondo che Victor Turner avrebbe chiamato “liminale” (alludendo alle ondate di pseudorealtà conosciute solo attraverso filtri che ogni uomo moderno possiede), per un italiano è possibilissimo parlare d’America dimenticando l’Italia, senza averla mai vissuta con i propri occhi. Ed è possibile farlo senza sbagliare troppo la mira, per giunta. Ma in che termini? C’è presunzione in questa sicumera? È davvero possibile conoscere tutto di un paese vasto e contraddittorio come gli Stati Uniti dove tra East Coast e West Coast ci sono differenze di fuso orario più nette che tra New York e l’Europa?

Recentemente ho potuto risolvere sulla mia pelle questa questione, avendo avuto la fortuna di emigrare per poco più di una settimana nella Big Apple ( è proprio il caso di chiamarla così visto che praticamente a Manhattan non esiste WASP o integrato di qualsiasi etnia che non sia munito di almeno un modello di Ipod), dopo aver parlato insistentemente d’America nel mio primo romanzo, senza esserci mai stato. La risposta che mi sono dato è la seguente.

In termini di esaustività no, ovviamente non è possibile. La perfezione totale, la completezza piena e infinitesimale non esistono in tutto ciò che è umanesimo. Però è assolutamente possibile avere un’idea precisa e non troppo discostante dalla realtà di ciò che l’America rappresenta per ognuno di noi, del piccolo brandello d’America di cui siamo innamorati. Se l’America (o la New York) che ci affascina è quella di Sex and City, sarà facile ritrovare quell’atmosfera dal vivo, tra i negozi giganteschi della Fifth Avenue incalzati da centinaia di splendide silfidi in tacchi e acconciature appena sbocciate. Se è quella di Taxi Driver non sarà difficile spendere quei pochi dollari che a Manhattan sono sufficienti per andare in giallo, dappertutto e piuttosto in fretta, rivivendo l’atmosfera frenetica delle grandi arterie, di Broadway, della convivenza ora placida ora nervosa di centinaia di razze, o la sporcizia estetica delle viuzze e delle case in mattoname tenute in piedi dalla scale antincendio. Se è quella di Underworld sarà ipnotico e ascetico passeggiare intorno a Ground Zero e ripensare a parole profonde come profezie, o a masse multicolori che camminano a passo spedito fissando l’orizzonte, senza curarsi di quello che succede a due o tre metri di distanza. E gli esempi potrebbero durare in eterno, da Springsteen a Britney Spears, da Ginsberg al Big Mac.

Perché l’America è davvero tutto questo insieme. Senza nulla che prevalga. L’America è l’individuo. Solo per somma è collettività, solo in politica estera.

Pasolini si reca da marxista a New York per la prima volta nel 1966 e la descrive in questi termini. “Nessuno ha mai rappresentato New York. Non l’ha rappresentata la letteratura (…), su ne York esistono solo le poesie di Ginsberg. Non l’ha rappresentata la pittura (…). Non l’ha rappresentata il cinema perché non è cinematografabile. Da lontano è come le dolomiti troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede, l’obiettivo non riesce a contenere l’inizio di un grattacielo”.

Nonostante l’esatta valutazione estetica, oggi le cose sono radicalmente cambiante. New York, l’America è riprodotta persino oltremisura, e ciò avviene per la potenza imperiale naturalmente, per il ruolo egemone che esercita sul pianeta, ma anche perché nel suo DNA è contenuto il magma, l’amalgama. Come tutto ciò che non ha radici cristallizzate o un debito con la tradizione, è l’energia che conta, la diversità. Per questo l’America è il luogo del pianeta più vicino, per spirito, ad assecondare le infinite possibilità riproduttive offerte dalla tecnologia.

New York, Manhattan, oggi è l’indiscussa capitale della modernità. Non ci si sente stranieri a ne York. Non è America nel senso totalizzante del termine, ma non c’è America che qui non sia rappresentata. Non c’è Europa che non sia rappresentata. Non c’è uomo che non sia rappresentato. Anche se anche a New York si nota una certa tendenza al conformismo come valore indotto, male da cui nessun paese occidentale è immune, sono certo che sarà dura sconfiggere i bollori di diversità a New York.

New York ti mette ancora addosso la voglia di capire, di cambiare, di affrontare, di conoscere. E se Orson Welles diceva, con la consueta lucidità, che per capire un paese nuovo servono dieci giorni o dieci anni, perché l’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla, per capire New York ci vogliono dieci ore. Poi diventa chiaro che non c’è niente da capire, perché tutto è solo da raccontare.

Giancarlo Liviano d’Arcangelo

Un paese represso

lunedì, dicembre 17th, 2007

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Da qualche giorno molti spazi sui giornali e molte aperture di editoriali sono dedicate all’inchiesta del New York Times sull’Italia, le cui conclusioni non lasciano scampo. Gli italiani sono depressi.

I problemi, sono quelli noti a tutti gli italioti che si affacciano al mondo esterno ascoltando distrattamente i telegiornali, cioè la stragrande maggioranza: debito pubblico, scarsa propensione alla tecnologia, stipendi bassi, costi dell’amministrazione e l’infortunio di Totti che stenta a guarire.

Il mondo istituzionale risponde come sa, in maniera puntuale e bipolare.

Napolitano da bravo nonno per poco non cita gli Alpini e si dice sicuro che ci riprenderemo.

Berlusconi dimostra che gli italiani anche dopo i settanta sono tutt’altro che depressi e corteggia la Canalis nel cortile di casa.

Grillo fa sua l’inchiesta e grida “L’avevo detto” abbassando un pò laidamente la soglia critica che tiene altissima verso altre questioni, tacciando che il New York Times (uno dei giornali più istituzionali e allineati d’America) vede le cose essenzialmente dal punto di vista americano, tant’è che uno dei presunti motivi della crisi diviene la mancata presenza dell’Italia nella lista dei partner commerciali più influenti degli Stati Uniti.

Personalmente non credo affatto che l’Italia sia un paese depresso. La depressione è un sintomo di forte malessere che presuppone una presa di coscienza, una costatazione lucida e sincera, il coraggio dell’ammissione, è in via definitiva una volontà di cura e superamento.

Non vedo queste tendenze.

L’Italia è solo un paese malgovernato da sessant’anni, che ormai, consciamente e volontariamente,  ha fatto dell’opportunismo, del clientelismo,  della cooptazione, del servilismo, del qualunquismo, dell’odio verso la cultura, della propaganda, degli interessi particolari e della volgarità, regole pragmatiche alla base della vita quotidiana.

Ma di questo, chi più chi meno, siamo tutti complici.

A tal proposito, cito un bell’editoriale di Massimo Gramellini, che condivido pienamente.

Le Due Metà 

La notizia che i pulcini di una squadra della provincia di Empoli non giocheranno la prossima partita per protesta contro i comportamenti barbarici dei loro genitori a bordo campo è stata salutata da radio e siti web con uragani di urrà. Da parte di altri genitori. Tutti a complimentarsi per l’iniziativa e a reclamarne una replica nelle scuole, un altro terreno dove si esercita la partigianeria di familiari pronti a tutto, ma soprattutto al peggio, pur di proteggere il buon nome del bullo di casa da compagni e professori infingardi. Abbiamo avuto la prova che l’Italia è drammaticamente spaccata in due.

Una metà esalta i pulcini di Empoli e l’altra tenta di sbranare l’arbitro che osa fischiare un fallo al pupo beneamato. Una metà difende i prof dall’arroganza dei figli altrui e l’altra i figli propri dall’arroganza dei prof. Una metà critica la gente che applaude ai funerali e l’altra si spella le mani al passaggio delle bare. Una metà vorrebbe meno sangue e donne nude sui giornali e l’altra compra i giornali soltanto quando ci sono sangue e donne nude. Una metà pretende il rispetto delle regole da parte di tutti e l’altra non le rispetta dicendo che così fan tutti. Una metà non sa più chi è e l’altra grida: lei non sa chi sono io. Una metà inneggia al senso dello Stato e l’altra si comporta come se fosse lo Stato a farle senso. Per l’integrità della Repubblica una e indivisibile, è tempo che queste due metà si affrontino a singolar tenzone e vinca la migliore. Ma non sarà facile, dal momento che spesso si trovano entrambe nella stessa persona.

*In foto: Il trionfo della Morte, P.Bruegel Il vecchio

Little Italy

giovedì, dicembre 13th, 2007

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Uno sta fuori una settimana e dimentica.

Poi torna.

E legge, distrattamente, i giornali.

Pizza Bella Napoli Berlusconi e sottaceti Saccà. Tirannia dei Tir con tirato tiremmolla con governo tirchio. Autostrade tassellate sulla scia di tassisti tassativi contro le tasse.
Morti bianche, nere, grigie.

La sensazione, claustrofobica, di una piccolezza così megalomane da nauseabondare.

New York…

martedì, dicembre 4th, 2007

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Per questa settimana il blog non verra’ aggiornato…Sono a New York ed e’ meraviglioso.