Archive for the 'Visioni' Category

Se il cinema racconta la TV

martedì, settembre 25th, 2012

Fluida, cangiante, camaleontica. Niente è difficile come rappresentare la televisione nel cinema. Un autore deciso a catturarne i miasmi e le emanazioni più intime, è chiamato a un sovrappiù di cautela. È un problema soprattutto formale, di linguaggio cinematografico, e in seconda battuta di angolature e punti di vista. La scelta della forma, specie se si racconta la tv, è già di per sé contenuto. Optando per un registro basso, si finisce per risultare tautologici. Cronachistici. Si scade nella rappresentazione della rappresentazione, in un meccanismo alla Baudrillard che non aiuta a capire niente che non si sappia già sull’invenzione che nell’ultimo secolo più di ogni altra ha rivoluzionato nell’intimo la vita degli uomini, più ancora dell’automobile e della penicillina. Scegliendo un registro alto, invece, il rischio è cadere nel moralismo sociologico un po’ facile di chi si cimenta in forme artistiche più nobili per pregiudizio, e di non trovare, di conseguenza, la chiave per scavare a fondo nel rapporto tra televisione e realtà, che ancora oggi è molto più complesso di quanto normalmente si creda, giacché l’assunto debordiano secondo cui l’influenza tra media e reale è un flusso bidirezionale, va ormai sbilanciandosi verso un rapporto impari, in cui la rappresentazione ha saldamente lo scettro in mano e diviene madre naturale, per vantaggio strategico, dell’oggetto che sulla carta vorrebbe soltanto restituire.

Ecco perché la televisione richiede ambizione estrema a chi decide di sfidarla. Ed ecco perché, probabilmente, a oggi, il film più riuscito sulla televisione come fenomeno chiave della contemporaneità resta The Truman Show di Peter Weir (1998), opera che nasce negli Stati Uniti, ovvero il luogo in cui la società dello spettacolo è sorta e a ha raggiunto la sua maturità, e che possiede un respiro metaforico così estremo e rigoroso da risultare perturbante. In The Truman Show lo stile è basilare, del tutto integrato in un discorso più profondo, e la scelta minimalista di optare per una regia televisiva mira alla perfetta integrazione dello spettatore nell’oggetto estetico, che è la vicenda di un uomo che viene filmato a sua insaputa sin dalla nascita 24 ore su 24. Ne risulta una condizione tragica che soltanto dieci anni fa sembrava terroristica al pari delle ossessioni totalitariste di Orwell (1984), Bradbury (Fahrenheit 451 poi ripreso al cinema da Truffaut) e Huxley (Il mondo nuovo), e che oggi trova, in pratica, adesione spontanea attraverso i social network.

La tv, dunque, diviene panopticon occulto, mezzo evolutosi in fine, strumento innalzatosi a maniscalco che sovrasta con la stessa forza presunte vittime e presunti carnefici, fino alla vera tragedia finale, ovvero la consapevolezza. Tralasciando tentativi fin troppo telefonati e buonisti come EdTV di Ron Howard, o troppo fracassoni e stucchevoli come Live! di Bill Guttentag, la televisione come sogno ingenuo e passe-partout per la felicità torna oggetto filmico in Reality di Matteo Garrone, premiato dalla giuria a Cannes, e in uscita il prossimo venerdì in Italia. Garrone tuttavia, sebbene regista abituato ad andare a fondo ai temi che sviscera con poesia e crudezza (la desolazione in L’Imbalsamatore, l’anoressia in Primo Amore, la camorra in Gomorra), questa volta sceglie la strada della commedia, e narra la storia di un pescivendolo napoletano con la vocazione a diventare one man show, che dopo un provino all’apparenza favorevole attenderà con cieca convinzione la chiamata per partecipare al Grande Fratello, fino al punto di credere a un reality privato, addirittura rionale, in cui la massima entità esistente, “la televisione”, lo sorveglia allo scopo di selezionarlo secondo qualche oscura legge meritocratica o morale. Il registro onirico suggerisce a Garrone metafore struggenti per la loro capacità di cogliere la mimesi perenne tra realtà e spettacolo: splendido l’incipit, un lungo piano sequenza che segue una carrozza fiabesca nel bel mezzo di un matrimonio, e splendide le scene ambientate nei lager colorati della modernità consumista, come gli acqua park, i centri commerciali e le discoteche.

Eppure c’è qualcosa che non torna. L’onirico, specie nella seconda parte del film, prende il sopravvento. La ferocia iniziale lascia il posto al folklore, e la commedia, da spietata, si fa zuccherosa. In un mondo d’impostori, nessuna ossessione più di quella di Luciano il pescivendolo poteva essere più comica, e quindi massimamente tragica, quasi beckettiana. Invece sia lui che i suoi spettatori finiscono per rivelarsi troppo ingenui per essere autentici impostori, cioè uomini veri al tempo dei reality.

Articolo pubblicato su L’Unità del 25/09/2012

Un marziano a Roma

venerdì, agosto 31st, 2012

Molto più che un libro sul calcio. Molto più che un libro su Zeman.

Un marziano a Roma di Giuseppe Sansonna, pugliese, già cimentatosi sulla peculiare figura dell’allenatore boemo in due documentari, Zemanlandia e Due o tre cose che so di lui, raccolti in cofanetto da Minimum Fax, è un vero e proprio affresco, chirurgico e polisemico, di un mondo a superficie riflettente che dell’Italia è al tempo stesso parodia e cartina tornasole. Già nelle prove filmiche Sansonna, da regista capace di architettare un punto di vista organico e individuale sulla porzione di mondo che il suo occhio riprende (e che è restituita valorizzata da lucide e proficue accelerazioni o sospensioni di senso), era riuscito nell’intento di ampliare la prospettiva del suo oggetto d’analisi, mostrando come il calcio sia un meraviglioso contesto umano massimamente romanzesco, dove gli elementi all’apparenza periferici (tifoserie, contesti sociali, politica, vanità dei protagonisti, geografia, quotidianità di campo e rapporti umani concreti) siano in realtà del tutto organici al calcio giocato sotto riflettori e per grandi platee, ologramma che solo ed esclusivamente in virtù di questo romanzesco originario e inesauribile è ancora degno di essere fruito. Perché al netto dell’impostura evidente di chi lo frequenta, dell’ironia e della commedia umana, del calcio resterebbe solo il business e le patina banditesca dei suoi cercatori d’oro, o peggio, il mero dato sportivo-agonistico, alla lunga tedioso come le partite giocate dagli altri sui campetti di periferia.

Sono brillanti, allora, le pagine di Sansonna sull’arrivo della Roma in ritiro a Brunico accompagnata da tremila romani famelici, o quelle ancor più memorabili sulla delirante festa serale tra squadra e tifosi, vere raffigurazioni infernali alla Bosch, mai moralistiche (Sansonna sa bene che il calcio non è un’istituzione sociale e non ha il dovere ontologico di essere equo, giusto o morale), e sempre lampeggianti per la loro potenza allegorica: «Le tute romaniste avvolgono anche alcune signore dalle tinture rossastre che, assecondando facili categorie mentali, viene spontaneo immaginare come estetiste del Tuscolano. Aspirano voluttuose sigarette sottili, ritte su stivali bianchi pieni di fregi, da consumate cavallerizze. La mistress che palpita in loro è appagata da quanto vedono: milionari giovani e belli sottratti alle copertine dei giornali scandalistici, costretti ad ansimare sotto sacchi d’acqua da venti chili».

Oppure: «Il tramonto sulla Val Pusteria è una palese prefigurazione dell’Eden. Il profilo imbiancato delle Alpi, le nubi rossastre, immense e vaporose, la folta distesa di conifere, i fiori multicolori, il verde della prateria. La prova lampante dell’esistenza di Dio, che convive però con la sua più beffarda confutazione. Sul palco, infatti, si agitano due tristi entertainer, intenti a dare in pasto alla folla una schiera di ragazze minorenni, in costume da bagno nonostante il clima autunnale. “Signori, guardate da dietro che filino di costume”, ululano entusiasti. È una sessione del concorso “La più bella d’Italia”. Dagli amplificatori Raffaella Carrà invoca, remixata, “A far l’amore comincia tu”, offrendo il destro a uno dei presentatori per chiedere alle ragazze sculettanti, con voce liquida: “E voi, avete cominciato a fare l’amore?”».

Cos’è più vicino all’epigrafe sull’Italia odierna, se non questa netta opposizione tra bellezza inanimata degli scenari e la dilagante grettitudine umana? Nulla. Zeman, in quest’ottica, diviene allora il semplice evento clou intorno a cui far esplodere i focolai, le contraddizioni, il ruminare dei personaggi più modesti e noti dell’ambiente e che in campo non ci mettono mai piede, come il direttore della Roma Baldini, che sfoggia parodistica e rudimentale cultura libraria citando fuori contesto Hesse e Shakespeare, o il satanasso Luciano Moggi, ormai costretto a recitare i suoi sabba nel patetico girone infernale delle tv commerciali dimenticate, in programmi incentrati sulla ripetizione dell’ovvio più ritrito e urlato condotti da Pippo Franco. Un pianeta, dunque, in cui Zeman è un marziano atipico, diverso senza dubbio, ma perfettamente integrato. Non un Don Chisciotte, insomma, come vorrebbero i suoi fideistici ammiratori, ma piuttosto un Andrea Kagler brechtiano. Un uomo cioè, che incapace della rivolta definitiva, quella tragica e potenzialmente mortale, preferisce riprodursi sempre in modo identico, anche falsamente, pur di sopravvivere nell’immagine che ha di sé stesso.

Pezzo pubblicato su L’Unità del 30/08/2012

Se Pasolini avesse novant’anni.

lunedì, marzo 5th, 2012

Ecco il pezzo per i novant’anni di Pasolini che ho scritto per L’Unità.

È canuto e segaligno, aggraziato negli sguardi denudanti e per questo centellinati, intento a muovere con furia nevrotica gli arti affusolati, intricati, pungenti come rovi e duri come la quercia. Nascosto dietro un paio di ombreggianti occhiali da sole di celluloide nera, autoironica concessione al cliché del regista, dell’intellettuale santificato per ansia di disinnesco e relegato al ghetto sepolcrale dell’apparenza. È dura scorgere ciò che accade dietro quegli occhi artificiali dalle lenti ampie e nere di pece, dismessi solo per dormire o per leggere. Eppure Pasolini, prossimo al suo novantesimo compleanno, seppur stanco, depotenziato dalla fatica psichica profusa sulle pagine e ingobbito da quella fisica dissipata sul set, seppur seviziato nei nervi dalla propria ossessione auto-annichilente, è ancora il curculione dal pungiglione avvelenato che, per metà annidato in serra e per metà incalzato da furia insetticida, si nutre e prova a distruggere culture troppo sintetiche per essere trasfigurate in paradisi convincenti. Lampeggia idee. Protesta. Assomiglia al vecchio Hamm beckettiano di Finale di partita, che giunto alla fine della sua esistenza, un’esistenza fin dall’inizio votata alla sconfitta se correlata alla sua ambizione ancestrale, la liberazione dell’uomo, non può che sospendersi e perdersi fino all’eternità in una sorta di estraneazione fondata sulla ciclica e ineluttabile alternanza di mosse e contromosse, guerra spiroidale senza fine tra lui e il mondo esterno, divenuti archetipi. Il giocatore/individuo, ora santo ora demoniaco, in disperata competizione con avversari senza volto: i bari per eccellenza, il caos e “il potere”. Vera e propria nemesi per l’outsider e palliativo per l’uomo, utile solo a rinviare ancora un po’ la fine, temuta e al tempo stesso desiderata. In questi anni, tra traduzioni e saggi critici, tra invettive e qualche annuncio apocalittico, Pasolini ha completato Petrolio, golem premiato, glorificato e al contempo demolito, com’è possibile fare in malafede per ogni capolavoro inclassificabile, mastodontico per ambizione e urgenza e fallace per definizione. Ha girato l’opera definitiva su San Paolo, appuntandosi come una medaglia l’ennesima scomunica di una chiesa più che mai carnevalesca, facendo del guerriero di Tarso il primo traditore di Cristo e il primo mistificatore eretico del messaggio evangelico. Ha realizzato con Eduardo de Filippo e Franco Citti Porno-Teo-Kolossal, un film cosmogonico, eroicomico e grottesco, un’opera vagheggiata e organizzata tra mille ostacoli, voluta con prepotenza e imbellettata dal solito amore per il pastiche, in cui accade che una cometa, allegoria babilonese dell’ideologia, trascina dietro a sé un Re Magio interpretato dallo stesso Eduardo, un eroe puro che seguendo quella scia viaggia a lungo maturando esperienza dello scibile intero, del metafisico, del sensoriale e del mistico. L’opera di una vita, insomma. L’unica opera possibile dopo quell’incredibile profezia sulla furia mortuaria della modernità che è stata Salò e le 120 giornate di Sodoma, epigrafe sul potere anarchico dei giorni nostri, messa in evidenza funebre della promiscuità tra carnefici e vittime che s’immolano impotenti, ormai ridotti a corpi-oggetto di sfruttamento, cronaca della perpetrazione fredda e alienante della vita e del piacere come routine senza coinvolgimento, affresco dall’estetica cimiteriale tipica del mondo incancrenito dal capitale, che come il sadico non raggiunge mai il grado sublimato del piacere e non gode mai, nemmeno quando ha seviziato e ucciso l’oggetto del proprio godimento, che si tratti del corpo, dell’umanesimo o della natura.

A sorpresa, s’era ridotto all’eremitaggio Pasolini, negli anni ottanta, quelli in cui molti dei suoi anatemi hanno acquisito forma fenomenica: la vertiginosa mercificazione della cultura ad esempio, o il fascismo insito nel neocapitalismo edonista e consumista, «un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler». Durante gli anni di Drive In insomma. E ancor di più dopo la morte di Moravia nei novanta, quelli dell’esplosione delle televisioni commerciali, colpo di grazia tecnologico agli ultimi afflati del mondo originale in cui, prima dell’odierna e placida vecchiaia, Pier Paolo aveva cercato accettazione. Lui, borghese per professione e paria rifiutato dalla stessa borghesia, immune per coscienza ipertrofica alla borghesia intesa come morbo svelato da una sintomatologia infallibile fatta di razzismo, opportunismo, utilitarismo e ignoranza assorti a valori della vita. Il mondo, quello che batteva, ormai altrettanto corrotto e che l’avrebbe di certo ucciso, se solo Pasolini, già allora ricco e ricattabile oltre che pieno di nemici, nella notte tra il primo e il due novembre si fosse presentato sulla spiaggia dell’Idroscalo con Pelosi e i tre milioni di lire necessari a recuperare le pizze di Salò, anziché ripensarci per miracolo, all’ultimo momento. Già allora, forse, per un uomo che l’amico Carmelo Bene chiamava violento e corruttore in quanto portatore vivente del dubbio e della crisi come ideologia, non c’era più niente da corrompere. E come testimonia il trattato pedagogico Gennariello, volutamente lasciato incompiuto, nemmeno più nulla da insegnare. Guai a chiamarlo maestro, infatti. Perché mai come oggi, in procinto di compiere novant’anni, Pasolini, come se fosse destinato ad averne per sempre cinquantatré, predicherebbe deciso che i maestri non servono a niente, così come aveva predetto attraverso la voce stridula del corvo di Uccellacci e Uccellini. Vanno superati. E sono fatti, come lui ha sempre dimostrato, «solo per essere mangiati in salsa piccante».

Le Ceneri di Mike

mercoledì, settembre 7th, 2011

Con grande gioia da domani sarò di nuovo in libreria con “Le ceneri di Mike”, pubblicato da Fandango Libri. Si tratta di un reportage narrativo che ho scritto con grande trasporto, in uno scenario per me inusuale. Partendo da un caso di cronaca incomprensibile, senza risoluzione, e da un personaggio di straordinaria importanza per la storia culturale di questo paese, ho provato a raccontare l’Italia che vedo, e che sempre più rapidamente, mi pare, sta regredendo a uno stadio di insensato e perenne black-out di pensiero. Ecco la scheda del libro.

Collana: Fandango Libri

Pagine: 218

Prezzo: € 15,00

Isbn: 978-88-6044-159-1

Mese di pubblicazione: 8 Settembre 2011

Sono passati esattamente cinquant’anni da quando apparve la prima edizione del saggio di Umberto Eco Fenomenologia di Mike Bongiorno, dove si raccontava quanto fosse naturale per l’italiano medio riconoscersi nella figura del presentatore italo-americano. Il saggio, pur essendo in certi tratti molto duro con Bongiorno, consacrava comunque il valore e la potenza di Mike nell’immaginario collettivo.

Un anno e mezzo dopo la sua scomparsa, avvenuta l’8 settembre del 2009, ignoti trafugano la salma di Mike dal cimitero di Dagnente nel comune di Arona. La notizia turba l’Italia, ma è un turbamento che dura poco, qualche giorno appena, presto sepolto dalla cronaca nera che riempie i telegiornali.

Seguendo la lezione dei grandi scrittori del New Journalism americano, Giancarlo Liviano D’Arcangelo si trasferisce ad Arona nei giorni immediatamente successivi al trafugamento, e lì si consegna a un’ispirata, struggente solitudine, come nuotando nel buio degli abissi marini alla ricerca di qualche anima splendente con cui condividere la propria incapacità di accettare il silenzio. Con sconsiderata curiosità stana storie e personaggi, si avvicina ai luoghi di Mike e forse anche ai suoi ladri.

Ciò che ne viene fuori è il ritratto della strana, oscena rimozione collettiva che tuttora accompagna l’oltraggio subito da una delle figure più importanti della nostra storia recente, ma anche lo spaccato di una provincia italiana del tutto insensibile, ormai, a ciò che si spinge al di là della morte, e ancora troppo poco raccontata.

Sandro Veronesi

“Sia opera di balordi disperati, sia di lugubri feticisti del successo, il rapimento della salma di Mike Bongiorno mette una speciale tristezza.

Di questo uomo fortunato, semplice e allegro, oggi qualcuno ha in pugno le spoglie. Nemmeno la surrealtà di una notizia che − riguardando Mike − riguarda anche la tragicomica confusione tra fiction e realtà, riesce a strapparci un sorriso, oggi. Lo riportino dov’era, o lo facciano ritrovare, soprattutto non lo disturbino, non gli dicano perché, non gli spieghino nulla.

Non capirebbe, o meglio: non vorrebbe capire.”

Michele Serra

Referendum, Crisi, Acqua, Nucleare

giovedì, giugno 16th, 2011

Far passare interessi particolari come interessi di tutti. L’intera strategia dell”apparato istituzionale, della partitocrazia, delle élite contrapposte sul campo per la gestione dei singoli business e dotate di evoluta coscienza di classe sulle strategie di conservazione delle strutture sistemiche, si basa su questo semplice obiettivo. A questo serve l’opinione pubblica. La parola più in voga del decennio è CRISI. Crisi economica, crisi produttiva, crisi occupazionale. E sopratutto crisi trasversale. Si ripete all’infinito che tutti gli operatori ne siano colpiti, dall’alto verso il basso, con il classico effetto cascata. Non è vero fino in fondo. La crisi, è sopratutto strategica. E’ di ieri un resoconto de Il Sole 24 Ore che racconta come la ricchezza delle 611 mila famiglie italiane (su circa 60 milioni di abitanti) sia in costante aumento, arrivando a 896 miliardi di euro. Non è casuale. Non è abilità. Non è capacità imprenditoriale. E’ programmazione. E’ creazione di leggi. E’ gestione dei flussi di denaro dall’alto. E’ pesca legalizzata. Il Referendum ha scongiurato, per puro caso altre tecniche di colletta legalizzata e di arricchimento su risorse pubbliche (é stata più che determinante l’onda emotiva derivata da Fukushima),  pur con percentuali di partecipazione al voto in realtà molto basse. (Il 54%, quando con il 49% si sarebbe parlato di risultati da Colombia). Sembra strumentale nonché paradossale, infatti, la rappresentazione di un trionfo operata da certa stampa rappresentativa delle forze di sinistra per altro abbastanza trasformiste nelle intenzioni di voto, almeno per quanto riguardava la privatizzazione dell’acqua.

AUTOPSIA DI UNA COPERTINA

venerdì, marzo 25th, 2011

E’ oggi in edicola il nuovo numero dell’Espresso. Il tema principale, come si può vedere dalla copertina, è il caso Ruby, che oltre all’importanza  rilevante nella vita pubblica del paese, possiede altre caratteristiche in grado di favorirne la longevità:

1) é serializzabile (a cucchiaini arrivano nuove rivelazioni e colpi di scena dalle carte processuali).

2) è catalogabile come gossip (ovvero non costringe il pubblico a mettere in discussione meccanismi della realtà più complessi dell’erezione o della retorica femminista).

3) si presta perfettamente alla logica del giudizio su dati sensoriali, emotivi (la logica del tifo, o bipolarismo sfrenato che dir si voglia, per cui per ogni argomento ci vogliono due tesi contrarie in modo che tutto resti sempre indecidibile).

Ma non è su questo che vorrei soffermarmi. Bensì sugli effetti più o meno inconsapevoli prodotti dal tipo di comunicazione scelto dall’Espresso.

Lo possiamo vedere dalla foto: Volto di Ruby in primissimo piano, chiaramente falsificato con Photoshop. In basso il titolo: mediocre, ammiccante eppure intriso di pruderie, basato su uno degli infiniti giochi di parole resi possibile dal nomignolo altrettanto idiota con cui la ragazza aveva scelto di immortalarsi su Facebook.

Una premessa: tutto ciò che rientra nell’iconosfera, cioè nell’interminabile quantità di materiale iconografico da cui siamo quotidianamente tempestati, produce in noi reazioni non razionali, ma sensoriali. Costringe a una partecipazione emotiva, riduce la vigilanza critica, induce a una comprensione intuitiva dei messaggi che può rimanere sospesa, irrelata, non necessariamente rielaborata in un discorso verbale.

L’Espresso, come tutti sanno, è una testata importante di un gruppo editoriale in concorrenza a quello del premier, è rivolto a un pubblico sostanzialmente colto e progressista secondo il modello più conformista, ed è espressione di un élite che in politica simpatizza (per ragioni strumentali) con quel sistema di relazioni e interconnessioni comunemente detto centrosinistra. La battaglia contro Berlusconi è il leitmotiv di praticamente ogni numero, poi corredato da qualche reportage spesso di ottima fattura, perché sull’Iran o sul Sudan, all’interno di un certo paradigma o concentrandosi su aspetti sociologici, si può scrivere più o meno quello che si vuole. Eppure la battaglia contro il premier, a ben vedere, è solo esteriore. Ovvero, non mira a sostituire tutto il paradigma culturale incarnato da Berlusconi (l’Homo oeconomicus che opera in una mitologica rivoluzione di liberalismo anarchico soddisfacendo in modo compulsivo ogni suo bisogno consumistico/edonistico), con un altro nuovo e migliore. Mira semplicemente a un cambio di gerarchia all’interno dello stesso paradigma, che ormai sembra essere l’unico possibile e condiviso.

Questa copertina lo dimostra ampiamente.  E nonostante tutto è anche inefficace. Vediamo perché.

Attraverso la falsificazione ottenuta con maquillage e photoshop, Ruby smette di essere umana e reale. Ovvero: non è più una teen-ager minorenne con difetti fisici, brufoli, sfoghi, problemi economici, vanità, piccole o grandi meschinità. E’ un essere superiore, perfetto, identico in tutto e per tutto alle marziane che pubblicizzano abiti, borse, trucchi o scarpe. Non esiste alcuna differenza sostanziale tra la foto di questa copertina o una campagna pubblicitaria dell’Oreal. Insomma Ruby è resa irraggiungibile, siderale, non ha più età, psicologia, emozioni. Perfetta, suscita immediatamente desiderio e soggezione. Esiste per erogare piacere. Il passaggio successivo è piuttosto semplice. Per immedesimazione, il lettore simpatizza all’istante, per salvaguardare la propria coerenza e la propria coscienza, con chi ha scavalcato tutte le regole pur di ottenere il trionfo individuale e accedere a un risultato così stupefacente, cioè possedere l’essere irraggiungibile, l’oggetto del desiderio, l’aspirazione di tutti.

Sensazione poi supportata, peraltro, dalla lettura del settimanale. Che eccezion fatta per i succitati reportage esteri, altro non fa che ribadire pagina dopo pagina i soliti valori dominanti: ricchezza unidimensionale e priva di connessioni sociali, bellezza patinata e falsa, successo come valore in sé disgiunto dalle cause, consumo sfrenato come indice di benessere ed erotomania nevrotica in luogo dell’erotismo. Ossia tutto ciò che il medium simula di voler contrastare, almeno stando alla lettura degli stanchi editoriali di stanchi totem della cultura istituzionale progressista.

Per far emergere lo squallore della vicenda sfruttando il ruolo della ragazza, era sufficiente mostrare Ruby per quella che è: un’adolescente smaliziata e precoce, incredibilmente a suo agio in un affaire molto più grande di lei, più procace che bella, tutto sommato volgare.

VITA E MORTE AD HAITI

venerdì, gennaio 15th, 2010

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Consiglio a tutti il Buongiorno di Gramellini di oggi, su La Stampa. Mi pare centri un aspetto importante di come noi della civiltà del progresso ci rapportiamo a tragedie come quella haitiana. Tutti siamo solidali con la morte di questa gente, ma quanti di noi lo erano con la loro vita? Haiti è ed era, anche prima del terremoto, uno dei luoghi più poveri del mondo. La causa di questa povertà è la scriteriata politica estera USA, che da anni appoggia militanti, finanzia rovesciamenti di governi popolari eletti liberamente e crea caos per rendere l’isola un serbatoio di manodopera a basso costo. Possibile che l’unico modo per rompere il velo d’indifferenza (per uno o due giorni) sia l’arrivo di catastrofi umanitarie di enorme portata?

Pensieri sulla letteratura…

martedì, giugno 30th, 2009

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Ho avuto il piacere di rispondere a delle bellissime domnde sulla letteratura.

L’intervista è all’indirizzo:

http://sulromanzo.blogspot.com/

Questionario tecnico sullo scrivere

sabato, aprile 18th, 2009

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Sette domande sulla scrittura a cui mi è capitato piacevolmente di rispondere.

Questionario tecnico sullo scrivere.

Human Rights Watch

mercoledì, gennaio 7th, 2009

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Ringrazio personalmente gli amici di Carmilla, che avendo a cuore le sorti della verità intorno ai fatti del mondo provano a ricostruirla facendo girare documenti super partes, redatti da chi non ha alcun interesse a strumentalizzare le tragedie umane. In questo caso, ecco un rapporto di Human Right Watch, l’associazione per la difesa dei diritti umani, su quello che accade da anni nella striscia di Gaza. Inutile far notare come reportage del genere, così come tutti i documenti e le testimonianze serie di chi non è mosso da interesse di parte, sono materiale del tutto interdetto, in Italia, dai mezzi di comunicazione più importanti. E questo è un dato di fatto.