Se il cinema racconta la TV
martedì, settembre 25th, 2012Fluida, cangiante, camaleontica. Niente è difficile come rappresentare la televisione nel cinema. Un autore deciso a catturarne i miasmi e le emanazioni più intime, è chiamato a un sovrappiù di cautela. È un problema soprattutto formale, di linguaggio cinematografico, e in seconda battuta di angolature e punti di vista. La scelta della forma, specie se si racconta la tv, è già di per sé contenuto. Optando per un registro basso, si finisce per risultare tautologici. Cronachistici. Si scade nella rappresentazione della rappresentazione, in un meccanismo alla Baudrillard che non aiuta a capire niente che non si sappia già sull’invenzione che nell’ultimo secolo più di ogni altra ha rivoluzionato nell’intimo la vita degli uomini, più ancora dell’automobile e della penicillina. Scegliendo un registro alto, invece, il rischio è cadere nel moralismo sociologico un po’ facile di chi si cimenta in forme artistiche più nobili per pregiudizio, e di non trovare, di conseguenza, la chiave per scavare a fondo nel rapporto tra televisione e realtà, che ancora oggi è molto più complesso di quanto normalmente si creda, giacché l’assunto debordiano secondo cui l’influenza tra media e reale è un flusso bidirezionale, va ormai sbilanciandosi verso un rapporto impari, in cui la rappresentazione ha saldamente lo scettro in mano e diviene madre naturale, per vantaggio strategico, dell’oggetto che sulla carta vorrebbe soltanto restituire.
Ecco perché la televisione richiede ambizione estrema a chi decide di sfidarla. Ed ecco perché, probabilmente, a oggi, il film più riuscito sulla televisione come fenomeno chiave della contemporaneità resta The Truman Show di Peter Weir (1998), opera che nasce negli Stati Uniti, ovvero il luogo in cui la società dello spettacolo è sorta e a ha raggiunto la sua maturità, e che possiede un respiro metaforico così estremo e rigoroso da risultare perturbante. In The Truman Show lo stile è basilare, del tutto integrato in un discorso più profondo, e la scelta minimalista di optare per una regia televisiva mira alla perfetta integrazione dello spettatore nell’oggetto estetico, che è la vicenda di un uomo che viene filmato a sua insaputa sin dalla nascita 24 ore su 24. Ne risulta una condizione tragica che soltanto dieci anni fa sembrava terroristica al pari delle ossessioni totalitariste di Orwell (1984), Bradbury (Fahrenheit 451 poi ripreso al cinema da Truffaut) e Huxley (Il mondo nuovo), e che oggi trova, in pratica, adesione spontanea attraverso i social network.
La tv, dunque, diviene panopticon occulto, mezzo evolutosi in fine, strumento innalzatosi a maniscalco che sovrasta con la stessa forza presunte vittime e presunti carnefici, fino alla vera tragedia finale, ovvero la consapevolezza. Tralasciando tentativi fin troppo telefonati e buonisti come EdTV di Ron Howard, o troppo fracassoni e stucchevoli come Live! di Bill Guttentag, la televisione come sogno ingenuo e passe-partout per la felicità torna oggetto filmico in Reality di Matteo Garrone, premiato dalla giuria a Cannes, e in uscita il prossimo venerdì in Italia. Garrone tuttavia, sebbene regista abituato ad andare a fondo ai temi che sviscera con poesia e crudezza (la desolazione in L’Imbalsamatore, l’anoressia in Primo Amore, la camorra in Gomorra), questa volta sceglie la strada della commedia, e narra la storia di un pescivendolo napoletano con la vocazione a diventare one man show, che dopo un provino all’apparenza favorevole attenderà con cieca convinzione la chiamata per partecipare al Grande Fratello, fino al punto di credere a un reality privato, addirittura rionale, in cui la massima entità esistente, “la televisione”, lo sorveglia allo scopo di selezionarlo secondo qualche oscura legge meritocratica o morale. Il registro onirico suggerisce a Garrone metafore struggenti per la loro capacità di cogliere la mimesi perenne tra realtà e spettacolo: splendido l’incipit, un lungo piano sequenza che segue una carrozza fiabesca nel bel mezzo di un matrimonio, e splendide le scene ambientate nei lager colorati della modernità consumista, come gli acqua park, i centri commerciali e le discoteche.
Eppure c’è qualcosa che non torna. L’onirico, specie nella seconda parte del film, prende il sopravvento. La ferocia iniziale lascia il posto al folklore, e la commedia, da spietata, si fa zuccherosa. In un mondo d’impostori, nessuna ossessione più di quella di Luciano il pescivendolo poteva essere più comica, e quindi massimamente tragica, quasi beckettiana. Invece sia lui che i suoi spettatori finiscono per rivelarsi troppo ingenui per essere autentici impostori, cioè uomini veri al tempo dei reality.
Articolo pubblicato su L’Unità del 25/09/2012







