Il realismo è l’impossibile
mercoledì, marzo 13th, 2013Diceva Nabokov nelle sue splendide lezioni di letteratura, che ai grandi scrittori, o agli scrittori degni di essere chiamati così, è affidato il compito di reinventare il mondo, e che a tutti gli altri, gli scrittori normali, non resta che accontentarsi di poter ornare i luoghi comuni. Senz’altro è una buona intuizione. E dall’identica riflessione non sembra così lontano Walter Siti, che altrettanto certamente grande scrittore lo è, e che nel mini-pamphlet Il realismo è l’impossibile pubblicato da Nottetempo tra i piccoli gioiellini che spesso trovano posto nella collana Gransassi, regala ai lettori una lunga, lampeggiante e colta riflessione su cosa sia il realismo in letteratura.
Ma il testo di Siti non è solo un testo di teoria letteraria ricco di riferimenti mai fini a se stessi, o solo una bella digressione su un tema di centrale importanza per gli scrittori contemporanei: anzi, nonostante le poche pagine, ha la forza per essere molto altro: una dichiarazione sincera di poetica (sono molti i momenti in cui Siti si rifà alla sua esperienza privata di scrittore o ai momenti specifici del suo processo creativo), e una fotografia acuta e necessaria di quello che è il più grande problema della stragrande maggioranza della narrativa contemporanea, ovvero il riprodursi perpetuo di un immaginario di seconda mano aggrappato a un’idea semplificata di realismo inteso come mera riproduzione o copia del reale, attraverso cui si finisce per raccontare una realtà cristallizzata, finta, convenzionale.
Cos’è, dunque, il realismo per Walter Siti? La risposta è immediata, e si trova già a incipit inoltrato. “Il realismo per come la vedo io è l’antiabitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale, mette in dubbio quel che Nabokov chiama il rozzo compromesso dei sensi e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicibile”. Ma il sottotesto di una definizione così ricca di sfumature è lampante, ed è, anche per lo scrittore più grande, una sottile dichiarazione di fallimento anticipato: la realtà nella sua trama complessa, nel suo furoreggiante divenire, non si può mai bloccare e possedere in toto; si può solo inseguire allo scopo di afferrarne qualche frammento, meglio se uno così significativo da suggerire ciò che di metafisico lo avvolge, un frammento insomma, in grado di rimandare la nostra percezione proprio a quel senso di infinito a cui ci espone, ad esempio, l’innamoramento. L’impresa è complessa: con un mezzo di fortuna come il linguaggio, cioè una mediazione semiologica, la scommessa è di rappresentare e rivivere nientemeno che la vita, cioè un’immediatezza non semiologica.
E come fare dunque, nell’atto di ricreare la vita con i segni, a riprodurre lo stesso grado di densità di significazioni in sovrapposizione che operano nella realtà? Con lo stile, che per Walter Siti deve essere una trappola liscia ma inflessibile, composto di ritmo ambiguo, meccanismi di contenuto e di contesto, di incroci, conferme interne ed esterne, giochi col paratesto, ridondanze che abbiano il sapore della naturalezza. Ovvero tutti gli effetti di realtà che anche per Bachtin debbono essere messi a servizi armoniosamente all’oggetto estetico di un romanzo serio. Per cogliere quel leggero strappo, quel particolare inaspettato in grado di lasciarci intravedere il disegno divino, le strade possono essere molteplici. Lo scrittore, per mettere in scena una narrazione, deve necessariamente selezionare: può mentire, dichiarare che quella da lui raccontata è una storia vera come Defoe per Robinson Crusoe, può usare particolari precisi per richiamare il mito come fa Dante quando descrive il suo incontro con il gigante Anteo, paragonato alle nuvole che a Bologna aveva visto correre incontro alla Garisenda. Può erompere in minuziosissimi sfoggi di dettagli fino a imitare Velasquez, che nelle Meninas arriva a dipingere il pulviscolo in sospensione nell’aria e mettere in opposizione dialettica il verosimile con l’inverosimile, può affidarsi a un montaggio di esperienze a loro inflitte dal caso, come diceva Stendhal, che non voleva spendersi in ricerche approfondite, o alla maniera di Flaubert può raccogliere informazioni qui e là per poi annetterle e farle proprie alla stregua dei malati di criptomnesia. Tutto è lecito purché quell’attimo d’impossibile sia colto e registrato, e che intervenga al momento giusto a distruggere l’immagine stereotipa che è sempre in agguato. Perché i grandi scrittori realisti temono e al tempo stesso amano la realtà smisuratamente, sembrano avere con lei un conto aperto, dice Siti, e molto spesso nemmeno loro capiscono come riescono a cogliere quei particolari illustrativi degli strati profondi della realtà, così come accade in Balzac, che nel restituire la luccicanza dell’attimo è un vero maestro.
Eppure, quello che un grande scrittore realista sa perfettamente, è che bisogna rifuggire sempre e comunque l’immagine mediatica, precostituita. Sono rarissime ormai le opere che esulano dal restituire un’immagine di realtà differente da quella piatta imposta dai media, e il rischio che uno scrittore realista corre è paradossale. Scrive Siti “dobbiamo prendere in considerazione un’ipotesi ben più terribile, forse l’immagine mediatica e spettacolare ha ormai talmente preso possesso del nostro cervello che chi vuole apparire credibile deve imitare quella e non la realtà sottostante”. Questo tipo di realtà semplificata, per ogni vero scrittore innamorato di tutto ciò che è poliforme, rischioso e sfuggente, ha un linguaggio e delle forme insopportabili. Come diceva Nabokov è ornamento di luoghi comuni. Sporgersi è il verbo che per Siti riassume la sua idea di realismo, sporgersi verso ciò che si muove e non è fermo, verso la vita piena, lontana dal suo modello reificato, sporgersi verso l’impossibile. Non abbiate paura di sporgervi è la sua preghiera, sottintesa, a tutti i lettori.
Da L’Unità del 12/03/2013










