Il mio paradiso è deserto di Teresa Ciabatti

4 aprile, 2013

Nella mente di Marta Bonifazi, la protagonista Il mio paradiso è deserto (Rizzoli 2013), ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, esiste un passato che ha le fattezze di un sogno perfetto, e in cui la luce dei ricordi mostra solo cose belle, e al contempo prende forma un futuro che aspira a essere altrettanto perfetto, idilliaco, magico. Nel mezzo, c’è un eterno presente, orrorifico e sarcastico, ricco di colpi di scena, la storia dettagliata della forma mentis di una donna che non è come vorrebbe essere e come la società la concepisce e l’accetterebbe tributandole amore e ammirazione, ossessione moderna di ciascuno di noi perduti sul palcoscenico dello spettacolo, addestrati come siamo a vederci vivi e felici nel futuro, amati, vincenti, applauditi. Perché Marta Bonifazi è la figlia di uno degli uomini più importanti di Roma, dell’ottavo Re di Roma, e il suo futuro ha le sembianze di un sogno caramellato e televisivo, un idillio perfetto da M-Tv. Passato, presente e futuro sembrano ondeggiare di continuo nella sua mente, sembrano determinarsi meccanicamente per poi cancellarsi con assoluta schizofrenia. Nell’infanzia Marta è stata una bambina felice. La sua è stata una famiglia felice, e in quel passato rimestato, ripassato di continuo con frenesia ma con lo sguardo cristallizzato dell’attualità, i Bonifazi sono sempre immobili, splendidi, statue di cera, figure-specchio che brillano come estasiati dalla loro stessa perfezione. Il futuro che Marta desidera invece sarà palingenetico, ci sarà una miracolistica liposuzione, smetterà di essere la ragazza obesa che sfila sgraziata e rabbiosa in ogni pagina combinando disastri e incolpando tutti fuorché davvero se stessa. Sarà bellissima. Sarà magra. Sarà desiderata, invidiata, sarà, ancora una volta, applaudita. Il presente, in questo meccanismo triturante, è allora solo un tempo intermedio, che esiste solo nella nuda successione nei fatti, narrati con ritmo pirotecnico e chirurgico talento narrativo. Emerge come metro di paragone con passato e futuro, come tempo cronologico e non psichico, tanto che verrebbe da chiedersi leggendo, se la vita non sia davvero questa triste interruzione tra il sogno di cosa saremo e il ricordo di cosa siamo stati. Per molti sembrerebbe proprio di sì. Ed è sul sospetto che le cose stiano esattamente in questo modo che scaturiscono la nostra rabbia o la nostra frustrazione, quando come Marta inseguiamo una dopo l’altra tutte le deviazioni possibili pur di realizzare l’irrealizzabile, pur di inseguire i nostri modelli precostituiti. Per Marta l’ossessione è la liposuzione. E per noi? Per cosa siamo disposti a rinunciare alla felicità presente? Per Marta il presente sottomesso al futuro è terrore degli specchi. È la velocità di un’auto, la sua, che si lancia in una corsa folle e inutile investendo un uomo. È andare a una festa e odiare tutti quelli che le sono intorno, è odiarsi, percependosi diversa da tutti. È pagare un’amica perché lasci in pace il ragazzo che le piace. È minacciare il padre. Detestare la madre, e poi amarla, e detestarla ancora, perché nella perfezione di quel corpo femminile non si trova niente di proprio, nessun senso di appartenenza. E nonostante tutti questi sforzi lasciarsi soggiogare ancora e ancora dal più dorato e al tempo stesso dal più crudele degli incantesimi: “Le sue azioni non avevano conseguenze. (…) Marta Bonifazi aveva un privilegio unico al mondo: poter tornare indietro nel tempo. Annullare gli sbagli, cancellare i fallimenti, cambiare il passato.” Un’illusione, più che un incantesimo, perché le conseguenze sono su se stessi. Così come, al contempo, è un’illusione la nostra immagine idillica del futuro. Non può che essere così. I sogni sono personali, nessun altro li può condividere identici ai nostri. Ogni paradiso è deserto. Nei sogni si è sempre soli, ed ecco perché l’infelicità di Marta è comune a tutti i Bonifazi. Il paradiso di Pietro, il fratello maggiore di Marta, è lontano dalla sua famiglia, dalla sua città, dalla fidanzata Melania. È altrove insomma, in un posto in cui nessuno lo conosce, in cui nessuno è ossessionato dai suoi falsi successi all’università. Il paradiso di Luisa, la madre di Marta, è un paradiso di dolcissime assenze e attese. Il paradiso di Attilio, padre di Marta, è l’eterna giovinezza, è non vedersi mai vecchi negli occhi degli altri, nemmeno in quelli del suo giovane amante sul quale credeva di esercitare un potere gigantesco e di fronte al quale invece si riscopre debole, vecchissimo, incerto come non lo era mai stato. Nemmeno il denaro, in questa crisi di umanità, funziona come cura. Perché nell’ossessione del possesso ci sarà sempre una perfezione più esatta da inseguire, e ci aggrappiamo a una foto di famiglia ritoccata con Photoshop per convincerci di essere davvero così, felici e senza difetti perché la felicità non è mai difettosa. Fino a che il futuro non arriva sottoforma di vecchiaia, e si dissolve. Perché, come dice il più vecchio amico e consigliere di Attilio Bonifazi, “Da vecchio ti sogni bambino.” Quando il tuo paradiso, oltre che deserto, è ormai irrimediabilmente anche più vicino.

Da L’Unità del 2/04/2013


Il realismo è l’impossibile

13 marzo, 2013

Diceva Nabokov nelle sue splendide lezioni di letteratura, che ai grandi scrittori, o agli scrittori degni di essere chiamati così, è affidato il compito di reinventare il mondo, e che a tutti gli altri, gli scrittori normali, non resta che accontentarsi di poter ornare i luoghi comuni. Senz’altro è una buona intuizione. E dall’identica riflessione non sembra così lontano Walter Siti, che altrettanto certamente grande scrittore lo è, e che nel mini-pamphlet Il realismo è l’impossibile pubblicato da Nottetempo tra i piccoli gioiellini che spesso trovano posto nella collana Gransassi, regala ai lettori una lunga, lampeggiante e colta riflessione su cosa sia il realismo in letteratura.

Ma il testo di Siti non è solo un testo di teoria letteraria ricco di riferimenti mai fini a se stessi, o solo una bella digressione su un tema di centrale importanza per gli scrittori contemporanei: anzi, nonostante le poche pagine, ha la forza per essere molto altro: una dichiarazione sincera di poetica (sono molti i momenti in cui Siti si rifà alla sua esperienza privata di scrittore o ai momenti specifici del suo processo creativo), e una fotografia acuta e necessaria di quello che è il più grande problema della stragrande maggioranza della narrativa contemporanea, ovvero il riprodursi perpetuo di un immaginario di seconda mano aggrappato a un’idea semplificata di realismo inteso come mera riproduzione o copia del reale, attraverso cui si finisce per raccontare una realtà cristallizzata, finta, convenzionale.

Cos’è, dunque, il realismo per Walter Siti? La risposta è immediata, e si trova già a incipit inoltrato. “Il realismo per come la vedo io è l’antiabitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale, mette in dubbio quel che Nabokov chiama il rozzo compromesso dei sensi e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicibile”. Ma il sottotesto di una definizione così ricca di sfumature è lampante, ed è, anche per lo scrittore più grande, una sottile dichiarazione di fallimento anticipato: la realtà nella sua trama complessa, nel suo furoreggiante divenire, non si può mai bloccare e possedere in toto; si può solo inseguire allo scopo di afferrarne qualche frammento, meglio se uno così significativo da suggerire ciò che di metafisico lo avvolge, un frammento insomma, in grado di rimandare la nostra percezione proprio a quel senso di infinito a cui ci espone, ad esempio, l’innamoramento. L’impresa è complessa: con un mezzo di fortuna come il linguaggio, cioè una mediazione semiologica, la scommessa è di rappresentare e rivivere nientemeno che la vita, cioè un’immediatezza non semiologica.

E come fare dunque, nell’atto di ricreare la vita con i segni, a riprodurre lo stesso grado di densità di significazioni in sovrapposizione che operano nella realtà? Con lo stile, che per Walter Siti deve essere una trappola liscia ma inflessibile, composto di ritmo ambiguo, meccanismi di contenuto e di contesto, di incroci, conferme interne ed esterne, giochi col paratesto, ridondanze che abbiano il sapore della naturalezza. Ovvero tutti gli effetti di realtà che anche per Bachtin debbono essere messi a servizi armoniosamente all’oggetto estetico di un romanzo serio. Per cogliere quel leggero strappo, quel particolare inaspettato in grado di lasciarci intravedere il disegno divino, le strade possono essere molteplici. Lo scrittore, per mettere in scena una narrazione, deve necessariamente selezionare: può mentire, dichiarare che quella da lui raccontata è una storia vera come Defoe per Robinson Crusoe, può usare particolari precisi per richiamare il mito come fa Dante quando descrive il suo incontro con il gigante Anteo, paragonato alle nuvole che a Bologna aveva visto correre incontro alla Garisenda. Può erompere in minuziosissimi sfoggi di dettagli fino a imitare Velasquez, che nelle Meninas arriva a dipingere il pulviscolo in sospensione nell’aria e mettere in opposizione dialettica il verosimile con l’inverosimile, può affidarsi a un montaggio di esperienze a loro inflitte dal caso, come diceva Stendhal, che non voleva spendersi in ricerche approfondite, o alla maniera di Flaubert può raccogliere informazioni qui e là per poi annetterle e farle proprie alla stregua dei malati di criptomnesia. Tutto è lecito purché quell’attimo d’impossibile sia colto e registrato, e che intervenga al momento giusto a distruggere l’immagine stereotipa che è sempre in agguato. Perché i grandi scrittori realisti temono e al tempo stesso amano la realtà smisuratamente, sembrano avere con lei un conto aperto, dice Siti, e molto spesso nemmeno loro capiscono come riescono a cogliere quei particolari illustrativi degli strati profondi della realtà, così come accade in Balzac, che nel restituire la luccicanza dell’attimo è un vero maestro.

Eppure, quello che un grande scrittore realista sa perfettamente, è che bisogna rifuggire sempre e comunque l’immagine mediatica, precostituita. Sono rarissime ormai le opere che esulano dal restituire un’immagine di realtà differente da quella piatta imposta dai media, e il rischio che uno scrittore realista corre è paradossale. Scrive Siti “dobbiamo prendere in considerazione un’ipotesi ben più terribile, forse l’immagine mediatica e spettacolare ha ormai talmente preso possesso del nostro cervello che chi vuole apparire credibile deve imitare quella e non la realtà sottostante”. Questo tipo di realtà semplificata, per ogni vero scrittore innamorato di tutto ciò che è poliforme, rischioso e sfuggente, ha un linguaggio e delle forme insopportabili. Come diceva Nabokov è ornamento di luoghi comuni. Sporgersi è il verbo che per Siti riassume la sua idea di realismo, sporgersi verso ciò che si muove e non è fermo, verso la vita piena, lontana dal suo modello reificato, sporgersi verso l’impossibile. Non abbiate paura di sporgervi è la sua preghiera, sottintesa, a tutti i lettori.

Da L’Unità del 12/03/2013


Viaggio nella letteratura americana. Da “L’Unità”.

24 gennaio, 2013

Coast to coast con gli scrittori Attraversare l’America in greyhound in compagnia dei libri

di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

«Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando», si chiede Bruce Springsteen nel primo capoverso di American Land, pezzo dedicato ai tempi epici in cui a Ellis Island transitavano ogni giorno migliaia d’immigrati, e forse un semplice e unico viaggio non potrà mai essere sufficiente per sfiorare con il proprio spirito l’essenza più profonda del nuovo continente. Ma il leggendario coast to coast, impresa e sogno condiviso da milioni di persone in tutto il mondo di poter materializzare e toccare con mano il proprio senso di scoperta e libertà, resta comunque un’esperienza straordinaria, specie se interpretato come un pellegrinaggio letterario nei luoghi natii di scrittori letti e apprezzati, o negli scenari di alcuni tra i grandi capolavori della letteratura mondiale degli ultimi duecento anni, oggi a tutti gli effetti penetrati nell’immaginario comune di noi europei. Perché anche se non si ha a disposizione un budget illimitato, lanciarsi a capofitto nel coast to coast americano è ancora possibile. Sono soprattutto tre i modi storico-letterari d’interpretarlo. Il primo, più una fantasmagorica leggenda di viaggiatori eccitati del costo zero che un’opzione concreta e acclarata, consiste nell’accaparrarsi una macchina in precedenza affittata su una costa e riportarla nel minor tempo possibile sull’altra, senza pagare nulla, anzi approfittando addirittura del rimborso benzina attraverso un gentleman agreement con la compagnia che la affitta. Il secondo è dedicarsi all’autostop, che però in alcuni stati è illegale, oltre che adatto soprattutto a chi non ha alcun vincolo temporale e un’assoluta e religiosa fiducia nelle occorrenze del caso. Il terzo modo, probabilmente il più efficace per esaudire le proprie aspettative, sono i pullman Greyhound, compagnia nazionale che copre l’intero territorio americano con una rete fitta di collegamenti a costi concorrenziali. Con un abbonamento mensile e miglia illimitate, modalità familiare per chi ha provato l’inter-rail, l’America diventa, come diceva Nathaniel Hawtorn, «un libro più bello di quanti riuscirò a scriverne, che si dispiega sotto i miei occhi pagina dopo pagina, dettata dalla realtà dell’attimo fuggente». In pullman, infatti ogni attimo è pervaso dal fascino dell’imprevisto, perché in America soltanto coloro che sono considerati la feccia della società viaggiano così, tant’è che nei viaggi notturni è previsto che il conducente si fermi circa ogni ora e mezza, e a causa dell’annoso problema yankee della diffusione delle armi da fuoco non è possibile restare a bordo, anche se si è stranieri e mansueti. A ogni pausa, dunque che siano le sei del pomeriggio o le tre del mattino, si è obbligati a scendere dal pullman, e il frenetico tourbillon di sbarco e imbarco riguarderà chiunque anche se si è già scesi alle due, e per lo steso inalienabile criterio, inevitabilmente si dovrà ridiscendere alle quattro alle cinque e alle sei. In quanto ai percorsi possibili, arrivando in aereo a New York ci si trova a pochi chilometri dalla celebre Newark di Philip Roth, allegoria della nazione intera in Pastorale Americana, città industriale capostipite delle produzioni di cuoio, ghisa e celluloide, oltre che patria archetipica del puritanesimo più ipocrita. Di lì il ritorno verso la grande mela, da cui Melville fuggiva attraverso la letteratura, nella Manhattan perennemente trasfigurata in poesia da Dos Passos, o alla ricerca di qualche fantastico cimelio, come la pallina da baseball di Underworld, capolavoro di Don DeLillo, ideale fenice sulla cui scia l’America intera prende vita, con le sue controverse ossessioni di consumo e di consolazione spirituale, con le sue storie umane improntate alla mistica moderna e le epiche narrazioni del Bronx, del baseball, dei Giants e dei Dodgers. A quel punto Chicago è a un passo, terra natia di Hemingway che trascorse l’infanzia a Oak Park, un sobborgo in cui nacque anche l’inventore di Tarzan Edgar Rice Burroughs, e che deve la sua fama alle numerose opere architettoniche di Frank Loyd Wright, che proprio in Illinois lavorò negli anni più prolifici della sua carriera. Inevitabile, allora, precipitarsi nel percorso classico della Route 66, che ormai è in disuso e resta come «monumento storico» in alcuni centri come ad esempio Flagstaff, Arizona, la principale base di escursioni per il Gran Canyon. Ma prima dei grandi scenari naturali del west, unici al mondo, sono d’obbligo diverse deviazioni. Verso le zone montuose del Tennessee per esempio, in cui è cresciuto Cormac McCarthy, e in cui l’amore reciproco tra umani sembra l’unico fuoco capace di riempire la vita, o verso il leggendario Missouri di Mark Twain, scenario delle avventure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn sulle rive del Mississippi, tra spazi aperti e celebri battelli a vapore. Così come non ci può esimere dallo spingersi ancora più a sud, verso le tipiche ambientazioni di Faulkner, a sud dello stesso Mississippi. Ed ecco allora New Orleans, oasi di Europa d’oltreoceano e vero crocevia culturale d’America, città raggiunta in vita come una specie di La Mecca da Whitman, Capote, Ann Rice, Bukowski e Tennessee Williams. Poi ancora a nord, decisi a riprendere la Highway 66, magari sulla scia di Steinbeck e dei suoi personaggi, che assieme ad altri milioni di emigranti lasciavano le fattorie spazzate via da tempeste di sabbia dell’Oregon e del Washington senza un centesimo, sui trattori, e con le loro Hudson impolverate si spingevano in pieno New Deal verso la California in vere e proprie odissee, creando serpentine e interminabili carovane di vecchie automobili, convinti di trovare ricchezza e prosperi campi di fiori di loto e affogavano, invece, in pantani di manodopera a buon mercato e nel più truce sfruttamento. E se le difficoltà di allora sono in parte scongiurate, almeno per chi viaggia per il proprio piacere, qualche eco dell’odissea on the road esiste ancora. Sui Greyhounds infatti non è possibile prenotare i posti, e nei viaggi con scali a ogni discesa ci si deve precipitare in fila, sapendo che la fila può essere lunga in ogni città, e che il pullman prescelto potrebbe essere pieno. Esiste allora il caso di passare due o tre giorni in luoghi ameni come Montgomery in Alabama, soli con sé stessi. Ma poco male. Perché a quel punto basterebbe imbracciare un libro, e come suggerisce Whitman, attendere lì imperturbabili, a proprio agio con la natura.


L’osceno in TV.

10 gennaio, 2013

In tv la deriva verso l’osceno. Il momento clou? Il ritorno in campo di Berlusconi. In un saggio Baudrillard ci spiega cos’è l’osceno: il tentativo di rappresentare il più vero del vero… La scelta del basso profilo, ovvero la paura di essere percepito come non più adatto al palcoscenico

di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Ciò che si nota dall’osservazione di come la televisione si evolve nel trattare i temi seri della realtà, uscendone perturbati, è la regolare deriva verso l’osceno. L’osceno come forma di sovra-rappresentazione. Momento topico di questa escalation è stato il ritorno in campo (ovvero il ritorno a una presenza significativa sui media) di Silvio Berlusconi, in una specie di pellegrinaggio nei luoghi della realtà virtuale a egli stesso già consacrati, come il talk-show Porta a Porta dell’evergreen Bruno Vespa o come lo zibaldonesco Pomeriggio Cinque, scapestrato barnum timonato dalla navescuola Barbara D’Urso, ben identificato dal critico Mariano Sabatini (È la tv, bellezza, Lupetti Editore, 2012) come un luogo supremo del delitto del senso, nel nome dello sperpero di parole. Ritrovando la visibilità dopo la lunga sequela di gossip che l’hanno coinvolto, l’ex grande comunicatore si è trovato ad affrontare un dilemma atroce, cioè la scelta su quale personaggio riproporre all’infedele elettorato, frattanto mutato, ma incredibilmente non svecchiato rispetto ai tempi dei bagni di gloria. E allora perché non affidarsi all’immagine dell’imprenditore rampante, serio, vincente, illusione ottica trionfante degli anni novanta, che nell’atroce assioma stato uguale azienda aveva persuaso la maggioranza degli italiani che la nuova classe politica fremente all’orizzonte sarebbe stata almeno un pizzico migliore di quella intabaccata? Perché non riproporre un album divulgativo di foto a braccetto con Stallone o con in mano la Coppa dei Campioni, come avvenne ai tempi della prima discesa in campo? D’altronde la serietà, o se non altro la sensatezza, sembra il grande bisogno popolare dopo anni di climax tipico di crollo dell’impero romano. Eppure Berlusconi non ha potuto attingere a quell’immagine rampante di fenomeno imprenditoriale degli anni ottanta e riproporsi di nuovo come impostore di idee serie, perché oggi, nella pura forma comunicativa, nella pura logica del linguaggio televisivo sarebbe apparso desueto, superato, fuori contesto. Non si è trattato del timore di non essere creduto: come diceva Pasolini, nella psicologia miracolistica degli italiani che si sentono perennemente a un millimetro dal jackpot, una palingenesi o una conversione non si negano a nessuno, e tantomeno a lui la si sarebbe negata. La scelta del basso profilo è da ascrivere piuttosto a un terrore autoreferenziale (come sono pateticamente autoreferenziali i vecchi dittatori decaduti), di essere percepito non più adatto al palcoscenico, non più coerente con il mezzo. E di conseguenza giudicato bollito, invecchiato, incapace di continuare a essere mattatore principe, proprio lì, sullo schermo, nel suo circo di riferimento, nel suo ventre materno. Probabilmente si tratta di un errore benedetto. Immerso nel flusso mediatico non più come salmone argentino che risale la corrente, ma più banalmente come affannato pesce gatto che cavalca la spuma senza meta, Berlusconi rientra a tutti gli effetti nella categoria dell’osceno. Ne diventa anzi l’archetipo, un momento di parossismo. Ostentando gli aspetti più medi e banali della propria vita privata, la solitudine, il bisogno di tenerezza, il desiderio nascosto di ogni anziano italico di accompagnarsi per motivi velleitariamente narcisistici a donne «più giovani di quarantanove anni», persino Berlusconi si rende normale. E le auto-falsificazioni verso la normalità, pour cause, lo mostrano per cos’è davvero, bolso Trimalchione, uomo stanco e invecchiato, maschera logora che senza saperlo funge da citazione vivente di Salò e le 120 giornate di Sodoma. Lo rendono più vero del vero, quindi osceno. È questo che insegna Jean Baudrillard nel meraviglioso saggio Le strategie fatali, (Edizioni SE, 2007). Cos’è nel profondo l’osceno, se non la perdita della scena, se non la fine dell’illusione? Nell’immaginario collettivo, ciò che non suscita più illusione è morto, stecchito, innesca la stessa identica sensazione del cadavere a un funerale. Berlusconi è riuscito nell’impresa di farsi credere da un popolo che non ha mai creduto a niente solo perché esercitava la sovranità di certi simulacri divenuti valori collettivi, la ricchezza, la furbizia, l’ascesa sociale. Ma anche la televisione ha le sue ere geologiche, e avendo ormai esaurito ogni possibilità di falsificazione manifesta, o di propaganda epidermica, non le resta che il suo campo di forza magnetico, cioè il suo agire sul sostrato. Epidermicamente, invece, la televisione dell’infotainemnt, cioè quella che si posiziona come demandata a raccontare la realtà spettacolarizzata, punta ormai solo sull’osceno. L’enorme mole di programmi che provano a coprire la necrologica necessità del pubblico di interessarsi alla cronaca nera ne è una prova. Il viaggio delle telecamere sui luoghi del delitto, sulle macchie di sangue, le interviste seriali ai presunti assassini presentati al pubblico come guest star, le ricostruzioni dettagliate che si gettano alla ricerca dietro le motivazioni dei crimini come se ogni aspetto del reale possa essere accalappiato, vetrificato, irrigidito, sono oscene. È proprio questo l’osceno. Il tentativo di rappresentare il più vero del vero, di rendere la realtà ridondante e quindi evidente in un luogo, la tv, in cui la realtà non esiste. Scrive Baudrillard: «Questo minimo d’illusione è scomparso per noi. Non c’è alcuna necessità, né alcuna verosimiglianza per noi negli avvenimenti del Biafra, del Cile, della Polonia, dell’inflazione o della guerra nucleare. Ne abbiamo una sovra-rappresentazione attraverso i media, ma non una vera immaginazione. Tutto ciò per noi è semplicemente osceno, poiché attraverso i media è fatto per essere visto senza essere guardato, allucinato in filigrana, assorbito come il sesso assorbe il voyeur: a distanza. Né spettatori, né attori, siamo voyeur senza illusioni». In scacco a chi crede ancora, oscenamente, che per l’uomo esista ancora un margine per modificare la realtà dal basso.

L’Unità, 3 gennaio 2013


Le avventure esistono ancora

31 dicembre, 2012

Da L’Unità del 22 dicembre:

Sull’autobus hippy Per viaggiare come i figli dei fiori dalla Gran Bretagna al Pakistan On the road/1 Ripristinato dopo quasi cinquant’anni, grazie a un accordo tra una società di trasporti pachistana e un’agenzia di viaggi inglese, il percorso di 6000 chilometri: durata della traversata 12 giorni, costo a persona 130 sterline

di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Se aveva ragione Henry Miller, e per noi la destinazione di un viaggio non è mai il «luogo» ma piuttosto un modo nuovo di vedere le cose, pochi itinerari sembrano in grado di arricchire maggiormente lo sguardo famelico, assorbente e indagatore di un viaggiatore, più del percorso in autobus tra Birmingham, Inghilterra, e Mirpur, Pakistan. Si tratta di un percorso antico, battuto dai tempi del dominio britannico sul Kashmir, un tempo linea di transito di merci e migrazioni umane per milioni di ex barcaioli e commercianti fluviali asiatici in cerca di nuove fonti di reddito, dopo aver dovuto cedere agli inglesi quelle proprie, secolarmente coltivate. Dalla prima rivoluzione industriale a oggi, i lavoratori di Mirpur sono sempre stati i più numerosi nelle stakeholds di Birmingham, più ricche di turbanti che di copricapi deerstalker alla Sherlock Holmes. E in un tempo governato dalla moda com’è il nostro, da essa trasformato da lineare in ciclico, anche la dimensione del viaggio non poteva resistere al fascino del vintage. E così, per sole 130 sterline oggi è possibile lanciarsi alla conquista di un immenso immaginario, e ripercorrere in autobus i circa seimilacinquecento chilometri che dividono due città agli antipodi, che la storia ha provveduto a gemellare. Un percorso così stupefacente, e per certi versi anche grondante di rischi, sarebbe piaciuto a Bruce Chatwin, che a fine anni sessanta batteva le valli pietrose dell’Afghanistan insieme a gruppi di facchini camminatori e agli archeologi più visionari come l’italiano Maurizio Tosi, quando era incaricato di girare il mondo in cerca di oggetti preziosi per la gloria della casa d’aste londinese Sotheby’s. Ma contemporaneamente a Chatwin, quello stesso percorso di viaggio era diventato il prediletto dagli hippie in cerca della spiritualità orientale, prima che la strada materiale verso la conoscenza di se stessi fosse proibita dalle autorità e dal calcolo economico, visto che a causa dei troppi pericoli disseminati nei recessi più bui e incontrollati dell’Eurasia, coacervi di terroristi, predoni e jihadisti, quasi nessuno, dopo alcune stagioni di fiumana, rinunciava alla comodità dell’aereo per cedere alle suggestioni dell’avventura borderline. Oggi invece, chi ha ingordigia di peripezie, al fine d’interrompere la plumbea routine della vita occidentale, può di nuovo partire da Birmingham e dirigersi verso l’Eurotunnel, ultimo orizzonte britannico prima di inoltrarsi nel continente. E poiché l’idea di riproporre un autobus di linea tra la perfida Albione e la vecchia colonia delle stoffe arreca soprattutto le stigmate del servizio per emigrati pakistani vogliosi di rientrare in patria in armonia con le proprie finanze, non si lesinano deviazioni strategiche e arzigogoli stradali in cerca di nostalgici patrioti, prima in Germania e poi scalando le Alpi austriache. Il viaggio prosegue attraverso la lenta e malinconica ricostruzione bellica in fieri dei territori più interni di Slovenia, Serbia e Croazia, valli e altipiani che seguono l’andamento del Danubio e della Neretva fino alle città che si cibano della loro linfa fluviale, da Belgrado, capitale della Serbia e della ex Jugoslavia, alla melanconica Sarajevo, cimitero a cielo aperto, lacrima mitteleuropea e slava, ortodossa e musulmana. Un rapido tratto di Bulgaria, angolo periferico di socialismo reale ancora in ginocchio, e poi il vero crocevia tra continenti, Istanbul, che colpì Flaubert per la diversità della gente che la popolava viuzza per viuzza come in un immenso bazar, e che lo spinse a considerare Costantinopoli la vera capitale della storia. Istanbul, negli occhi del suo miglior scrittore, Orhan Pamuk, è diventata nell’ultimo secolo un gigante dal carattere taciturno, forgiatosi negli anni in cui l’impero ottomano in decomposizione lasciava il campo al nazionalismo laico e tradizionalista di Ataturk. Lontane ere glaciali rispetto all’oggi, tempo di crescita economica senza precedenti per la Turchia, capillarmente battuta da cantieri edili maestosi in cui si erigono stadi, grattacieli e complessi alberghieri, monoliti che stanno cambiando la morfologia del territorio senza alcuna regola, come avvenne per l’Italia del boom economico. Unica oasi incontaminata, l’Anatolia dell’entroterra, la Cappadocia. Terra inospitale anche per la ragione economica e tappa preistorica di questo viaggio, il luogo in cui Pasolini ritrovò nella natura tenuta a bada dall’uomo e dalla sua fatica secolare, la forza enorme del sentimento poetico, con la perfezione commovente degli alberi da frutto curati come figli e i piccoli appezzamenti di terra dediti alla sussistenza, nei rari spazi in cui non esplodono in tutta la loro forza, minacciosa e infertile, le montagne degli altipiani. Chilometri di puro ripiegamento in se stessi per i passeggeri dell’autobus delle meraviglie, almeno fino a Teheran e il suo corso principale, Pahlavi Avenue, che per Cesare Brandi era una delle strade più belle che si potessero vedere, con la sua lunghezza all’apparenza infinita, i suoi platani colossali, il suo traffico caotico degno di una capitale del petrolio e il suo orizzonte estremo, quella neve scintillante di montagne alte come le Alpi che sembra avvampare di sole tropicale. Con Teheran alle spalle, Quetta, la prima tappa pakistana, è ormai alle porte. Eppure mancano quasi mille chilometri all’arrivo, e il viaggiatore che abbia osato salire sull’autobus nel West Midlands inglese non può che vedersi circondato da occhiaia, ossa irrigidite e sguardi persi nell’ineffabile distanza. La bruttezza sciatta degli edifici di Quetta sembra quasi voler tenere lontani gli sguardi intrusi dalla variopinta campagna pakistana che porterà, dopo 12 giorni e un passaggio radente in zone controllate dai talebani, dopo centinaia di scenari e migliaia di chilometri, alla gioiosa Mirpur, la meta finale. Mirpur è un piccolo gioiello sul fiume Indo, in cui i grandi e maestosi edifici della dominazione inglese si confrontano con i templi della città antica sommersi dal lago Mangla. Poi la discesa, e il meritato sgranchirsi, per scoprire un mondo nuovo sani e salvi, fieri della propria impresa, immaginando già il viaggio di ritorno e rivisitando ogni tappa adocchiata fugacemente attraverso i finestrini. Pensando che forse Baudrillard non sbagliava nel dire che uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere, e uscirne intatti, riempiti dell’allegria maligna di abbandonarli alla loro sorte.


L’uomo che parla ai colori

23 ottobre, 2012

Ecco il resoconto della splendida conferenza di Michel Pastoureau a cui ho avuto modo di partecipare e che ho pubblicato su L’Unità.

«I colori sono azioni della luce, azioni e passioni». Già nelle prime righe de La teoria dei colori (Il Saggiatore, 2008), Goethe afferma con forza l’essenza umana dei colori, il loro rivivere all’infinito grazie alle dotazioni di senso che l’uomo elaborava, e che precedono e si spingono ben oltre la fisica di Newton e degli studi ottici che portarono alla scoperta dello spettro. Se Goethe avesse conosciuto Michel Pastoureau, lo avrebbe probabilmente visto come un suo discepolo, ma poi, se lo avesse letto, lo avrebbe considerato un maestro. Pastoureau è infatti uno tra i più grandi teorici dei colori in tutto il mondo, specialista del Medioevo e dei suoi simboli, con all’attivo trent’anni di ricerche e circa 40 libri. In Italia la sua opera è pubblicata da Ponte alle Grazie, il suo ultimo saggio s’intitola I colori dei nostri ricordi, è del 2011 (Premio Médicis Essai) e si tratta di una vera e propria Bibbia cromatica degli ultimi decenni, in cui l’autore, raccontando dei suoi studi e dei suoi lavori sul campo, traccia una psichedelica storia del colore attraverso i campi di applicazione più disparati, come moda, sport, arte, costume, linguaggio, letteratura, filosofia e scienza. E ascoltando Pastoureau nella splendida conferenza organizzata dall’Institut Français-Centre Saint-Louis a Roma, dire che il mondo s’inizia a vedere sotto una luce diversa non è semplicemente un calembour. Pastoureau innalza il colore a chiave per capire la società, perché è proprio la società, come aveva intuito Goethe, a dotare d’infiniti significati l’universo dei colori.

Ecco perché studiare i colori è un’impresa difficilissima, che comporta problemi ti tipo documentale ed epistemologico: «Sin dagli inizi, quando ero un giovane ricercatore mi sono accorto che anche in campi di studio dove i colori sono fondamentali come la storia dell’abbigliamento e la storia dell’arte, proprio i colori sono i grandi assenti. Nei lavori di restauro dei grandi dipinti spesso non si tiene conto della visione del colore in voga ai tempi in cui le opere erano realizzate, o del fatto che grandi pittori come Tiziano sapessero perfettamente, quando dipingevano, che nel tempo i colori utilizzati erano destinati a usurarsi o modificarsi, e che quindi, proiettati alla posterità, si regolassero di conseguenza. Ecco perché a volte è sbagliato recuperare i colori originali di un tempo, come si è fatto con la Cappella Sistina, per poi illuminare i dipinti con la luce elettrica, che nei secoli passati non esisteva e non era prevista negli effetti di luce». La visione del colore, dunque, si modifica con i cambiamenti sociali, e a questi mutamenti dovrebbe adattarsi l’occhio di chi si rapporta ai colori. «Un esempio tipico è la classificazione odierna di colori caldi e freddi. Sono convenzioni che variano da epoche a epoche, e se gli studiosi non stanno attenti rischiano profondi anacronismi. Nel passato, nel rinascimento e nel settecento, il blu era considerato un colore caldo, mentre il giallo e il verde erano ritenuti i colore più freddi in assoluto, e anche più eccentrici, tanto che i ribelli e i reprobi si facevano vestire di giallo e verde nelle occasioni pubbliche. Con la riforma protestante si ebbe una vera e propria moralizzazione dei colori, alcuni dei quali erano addirittura additati come chiassosi o demoniaci nei sermoni. Il nero, il bianco, il grigio e il beige erano invece i colori morali».

Anche le scoperte scientifiche hanno contribuito moltissimo a cambiare la percezione del colore, a partire, come lamentava Goethe, proprio da Newton. «Dal diciottesimo secolo in poi grazie alla chimica ognuno si può scegliere la propria sfumatura di colore e fabbricarla artificialmente, mentre prima non era possibile, anche i grandi pittori lavoravano molto per approssimazione. In un certo senso con le scoperte scientifiche i colori perdono gran parte del loro mistero e della loro magia, ed è ovvio constatare che anche attraverso l’informatica o la tecnologia la nostra visione del colore muta profondamente. Non bisogna mai pensare, comunque, che la tecnologia riesca a rappresentare perfettamente la realtà, perché nella riproduzione, anche in quella in apparenza più fedele, esiste sempre un divario, un filtro, un punto di vista mistificante». La rappresentazione collettiva ad esempio, o il linguaggio, il nostro modo di parlare dei colori, il nostro modo di classificarli o di connotarli, sono già di per sé un profondo condizionamento della realtà, e così è stato in ogni epoca. «Se oggi pensiamo alle riviste di moda di alto livello e pensiamo agli abiti che vediamo indosso alle modelle, sappiamo che quegli abiti non sono realtà, nessuno si veste davvero così. Sono il risultato dell’immaginario dell’uomo intorno al vestiario, e così era nel medioevo. Quando vediamo gente vestita nei quadri con abiti sgargianti non dobbiamo pensare che quello era il modo comune di vestirsi, ma solo che quello era l’immaginario di allora. Quando si parla di colori si ha a che fare con un sistema a tre poli, il nome, il colore percepito e il colore reale. Un esempio semplice è quello del vino bianco, che non ha nulla di bianco, altrimenti sarebbe latte. Molti artisti in tutte le epoche scelgono i pigmenti in base al nome, alla musicalità della parola, alla simbologia. Il rosso usato nei secoli per rappresentare il sangue non è molto simile al vero sangue, ma si chiamava sangue del dragone, e il semplice nome contribuiva a rendere le scene evocative, intense, passionali». Gli studi di Michel Pastoureau, specie nell’era dell’immagine, sono d’importanza basilare per capire i meccanismi di funzionamento della società occidentale, che per lo studioso è destinata, col tempo, a inglobare tutte le altre. «È l’occidente a imporre i propri codici al resto del mondo, non avviene mai in contrario. I fenomeni di acculturazione sono sempre favorevoli all’occidente. Basti pensare alla diffusione delle bandiere nazionali, adottata in tutto il mondo, o ai simboli della segnaletica stradale. E l’immaginario occidentale a trionfare». Perché l’immaginario, proprio come dice Pastoureau non è qualcosa di semplicemente astratto. È un pezzo di realtà, con tutti i suoi colori.

Pubblicato su L’Unità il 21/10/2012


Se il cinema racconta la TV

25 settembre, 2012

Fluida, cangiante, camaleontica. Niente è difficile come rappresentare la televisione nel cinema. Un autore deciso a catturarne i miasmi e le emanazioni più intime, è chiamato a un sovrappiù di cautela. È un problema soprattutto formale, di linguaggio cinematografico, e in seconda battuta di angolature e punti di vista. La scelta della forma, specie se si racconta la tv, è già di per sé contenuto. Optando per un registro basso, si finisce per risultare tautologici. Cronachistici. Si scade nella rappresentazione della rappresentazione, in un meccanismo alla Baudrillard che non aiuta a capire niente che non si sappia già sull’invenzione che nell’ultimo secolo più di ogni altra ha rivoluzionato nell’intimo la vita degli uomini, più ancora dell’automobile e della penicillina. Scegliendo un registro alto, invece, il rischio è cadere nel moralismo sociologico un po’ facile di chi si cimenta in forme artistiche più nobili per pregiudizio, e di non trovare, di conseguenza, la chiave per scavare a fondo nel rapporto tra televisione e realtà, che ancora oggi è molto più complesso di quanto normalmente si creda, giacché l’assunto debordiano secondo cui l’influenza tra media e reale è un flusso bidirezionale, va ormai sbilanciandosi verso un rapporto impari, in cui la rappresentazione ha saldamente lo scettro in mano e diviene madre naturale, per vantaggio strategico, dell’oggetto che sulla carta vorrebbe soltanto restituire.

Ecco perché la televisione richiede ambizione estrema a chi decide di sfidarla. Ed ecco perché, probabilmente, a oggi, il film più riuscito sulla televisione come fenomeno chiave della contemporaneità resta The Truman Show di Peter Weir (1998), opera che nasce negli Stati Uniti, ovvero il luogo in cui la società dello spettacolo è sorta e a ha raggiunto la sua maturità, e che possiede un respiro metaforico così estremo e rigoroso da risultare perturbante. In The Truman Show lo stile è basilare, del tutto integrato in un discorso più profondo, e la scelta minimalista di optare per una regia televisiva mira alla perfetta integrazione dello spettatore nell’oggetto estetico, che è la vicenda di un uomo che viene filmato a sua insaputa sin dalla nascita 24 ore su 24. Ne risulta una condizione tragica che soltanto dieci anni fa sembrava terroristica al pari delle ossessioni totalitariste di Orwell (1984), Bradbury (Fahrenheit 451 poi ripreso al cinema da Truffaut) e Huxley (Il mondo nuovo), e che oggi trova, in pratica, adesione spontanea attraverso i social network.

La tv, dunque, diviene panopticon occulto, mezzo evolutosi in fine, strumento innalzatosi a maniscalco che sovrasta con la stessa forza presunte vittime e presunti carnefici, fino alla vera tragedia finale, ovvero la consapevolezza. Tralasciando tentativi fin troppo telefonati e buonisti come EdTV di Ron Howard, o troppo fracassoni e stucchevoli come Live! di Bill Guttentag, la televisione come sogno ingenuo e passe-partout per la felicità torna oggetto filmico in Reality di Matteo Garrone, premiato dalla giuria a Cannes, e in uscita il prossimo venerdì in Italia. Garrone tuttavia, sebbene regista abituato ad andare a fondo ai temi che sviscera con poesia e crudezza (la desolazione in L’Imbalsamatore, l’anoressia in Primo Amore, la camorra in Gomorra), questa volta sceglie la strada della commedia, e narra la storia di un pescivendolo napoletano con la vocazione a diventare one man show, che dopo un provino all’apparenza favorevole attenderà con cieca convinzione la chiamata per partecipare al Grande Fratello, fino al punto di credere a un reality privato, addirittura rionale, in cui la massima entità esistente, “la televisione”, lo sorveglia allo scopo di selezionarlo secondo qualche oscura legge meritocratica o morale. Il registro onirico suggerisce a Garrone metafore struggenti per la loro capacità di cogliere la mimesi perenne tra realtà e spettacolo: splendido l’incipit, un lungo piano sequenza che segue una carrozza fiabesca nel bel mezzo di un matrimonio, e splendide le scene ambientate nei lager colorati della modernità consumista, come gli acqua park, i centri commerciali e le discoteche.

Eppure c’è qualcosa che non torna. L’onirico, specie nella seconda parte del film, prende il sopravvento. La ferocia iniziale lascia il posto al folklore, e la commedia, da spietata, si fa zuccherosa. In un mondo d’impostori, nessuna ossessione più di quella di Luciano il pescivendolo poteva essere più comica, e quindi massimamente tragica, quasi beckettiana. Invece sia lui che i suoi spettatori finiscono per rivelarsi troppo ingenui per essere autentici impostori, cioè uomini veri al tempo dei reality.

Articolo pubblicato su L’Unità del 25/09/2012


Un marziano a Roma

31 agosto, 2012

Molto più che un libro sul calcio. Molto più che un libro su Zeman.

Un marziano a Roma di Giuseppe Sansonna, pugliese, già cimentatosi sulla peculiare figura dell’allenatore boemo in due documentari, Zemanlandia e Due o tre cose che so di lui, raccolti in cofanetto da Minimum Fax, è un vero e proprio affresco, chirurgico e polisemico, di un mondo a superficie riflettente che dell’Italia è al tempo stesso parodia e cartina tornasole. Già nelle prove filmiche Sansonna, da regista capace di architettare un punto di vista organico e individuale sulla porzione di mondo che il suo occhio riprende (e che è restituita valorizzata da lucide e proficue accelerazioni o sospensioni di senso), era riuscito nell’intento di ampliare la prospettiva del suo oggetto d’analisi, mostrando come il calcio sia un meraviglioso contesto umano massimamente romanzesco, dove gli elementi all’apparenza periferici (tifoserie, contesti sociali, politica, vanità dei protagonisti, geografia, quotidianità di campo e rapporti umani concreti) siano in realtà del tutto organici al calcio giocato sotto riflettori e per grandi platee, ologramma che solo ed esclusivamente in virtù di questo romanzesco originario e inesauribile è ancora degno di essere fruito. Perché al netto dell’impostura evidente di chi lo frequenta, dell’ironia e della commedia umana, del calcio resterebbe solo il business e le patina banditesca dei suoi cercatori d’oro, o peggio, il mero dato sportivo-agonistico, alla lunga tedioso come le partite giocate dagli altri sui campetti di periferia.

Sono brillanti, allora, le pagine di Sansonna sull’arrivo della Roma in ritiro a Brunico accompagnata da tremila romani famelici, o quelle ancor più memorabili sulla delirante festa serale tra squadra e tifosi, vere raffigurazioni infernali alla Bosch, mai moralistiche (Sansonna sa bene che il calcio non è un’istituzione sociale e non ha il dovere ontologico di essere equo, giusto o morale), e sempre lampeggianti per la loro potenza allegorica: «Le tute romaniste avvolgono anche alcune signore dalle tinture rossastre che, assecondando facili categorie mentali, viene spontaneo immaginare come estetiste del Tuscolano. Aspirano voluttuose sigarette sottili, ritte su stivali bianchi pieni di fregi, da consumate cavallerizze. La mistress che palpita in loro è appagata da quanto vedono: milionari giovani e belli sottratti alle copertine dei giornali scandalistici, costretti ad ansimare sotto sacchi d’acqua da venti chili».

Oppure: «Il tramonto sulla Val Pusteria è una palese prefigurazione dell’Eden. Il profilo imbiancato delle Alpi, le nubi rossastre, immense e vaporose, la folta distesa di conifere, i fiori multicolori, il verde della prateria. La prova lampante dell’esistenza di Dio, che convive però con la sua più beffarda confutazione. Sul palco, infatti, si agitano due tristi entertainer, intenti a dare in pasto alla folla una schiera di ragazze minorenni, in costume da bagno nonostante il clima autunnale. “Signori, guardate da dietro che filino di costume”, ululano entusiasti. È una sessione del concorso “La più bella d’Italia”. Dagli amplificatori Raffaella Carrà invoca, remixata, “A far l’amore comincia tu”, offrendo il destro a uno dei presentatori per chiedere alle ragazze sculettanti, con voce liquida: “E voi, avete cominciato a fare l’amore?”».

Cos’è più vicino all’epigrafe sull’Italia odierna, se non questa netta opposizione tra bellezza inanimata degli scenari e la dilagante grettitudine umana? Nulla. Zeman, in quest’ottica, diviene allora il semplice evento clou intorno a cui far esplodere i focolai, le contraddizioni, il ruminare dei personaggi più modesti e noti dell’ambiente e che in campo non ci mettono mai piede, come il direttore della Roma Baldini, che sfoggia parodistica e rudimentale cultura libraria citando fuori contesto Hesse e Shakespeare, o il satanasso Luciano Moggi, ormai costretto a recitare i suoi sabba nel patetico girone infernale delle tv commerciali dimenticate, in programmi incentrati sulla ripetizione dell’ovvio più ritrito e urlato condotti da Pippo Franco. Un pianeta, dunque, in cui Zeman è un marziano atipico, diverso senza dubbio, ma perfettamente integrato. Non un Don Chisciotte, insomma, come vorrebbero i suoi fideistici ammiratori, ma piuttosto un Andrea Kagler brechtiano. Un uomo cioè, che incapace della rivolta definitiva, quella tragica e potenzialmente mortale, preferisce riprodursi sempre in modo identico, anche falsamente, pur di sopravvivere nell’immagine che ha di sé stesso.

Pezzo pubblicato su L’Unità del 30/08/2012


Cesare Brandi, il viaggiatore illuminato.

16 luglio, 2012

In un tempo in cui la dimensione del viaggio si confonde sempre più con quella del lifestyle o del benessere, dell’evasione fugace in vista del rientro nella giduglia dell’attività produttiva, leggere gli scritti di viaggio di Cesare Brandi (Viaggi e Scritti letterari, Bompiani 2009) è come maneggiare le avventure di qualche supereroe mascherato in un tempo fantascientifico che non esiste più, e che non si sa bene se identificare con un passato umanista ormai estinto o con un futuro apocalittico in cui il mondo è restituito alla sua dimensione più autentica. Brandi era professore, storico e critico dell’arte, oltre che il direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, e in ogni suo racconto, in ogni analisi in presa diretta dei luoghi visitati in tutto il mondo dalla Cina alla Valle d’Itria, accade qualcosa di magico e al tempo stesso di incredibilmente rituale: i paesaggi, le costruzioni umane, le invenzioni della natura, le consunzioni che il tempo impone a certi monumenti, così come il burbero palesarsi degli agenti atmosferici, si legano tra loro in modo indissolubile, al punto che anche una semplice constatazione sullo stato di conservazione della campagna toscana, greca o pugliese, assume la forza narrativa di una trama appassionante, e la presenza vitale dei protagonisti occasionali di saghe lunghe un attimo come vento, casupole, muri a secco, trulli o rovine diviene senso archetipico, metafisico, dell’esistenza umana. Insomma, si crea nelle sue pagine l’effetto della migliore poesia. La lingua di Brandi, del resto, è poetica. È sensoriale. Coglie con esattezza le metamorfosi in atto nella vita biologica dei luoghi, mimando nel periodare il panta rei eracliteo. È quasi lunatica nel sorvegliare sensazioni momentanee di gioia, estasi, indignazione, malinconia, rabbia e vitalità, sempre vissute col cuore, con la massima partecipazione, per un assaggio di formaggio in masseria o per la bellezza di certi scenari, per l’insensatezza di un cattivo restauro o per la nociva stupidità di certe manomissioni umane al territorio, destinate a rimanere eterne e impunite. Umanità e natura, unite nel loro rendez vous sempiterno, sono allora i temi profondi dell’intera opera di Brandi, quasi che la suddetta ordalia assomigli a uno di quei matrimoni combinati tipici della nobiltà, in cui due neonati già promessi sposi si conoscono in tenera età e si frequentano da infanti con la consapevolezza che saranno costretti a sopportarsi per la vita intera, e dunque imparano a farlo con acume e sensibilità; tradendosi, certo, guerreggiando, mirando ognuno alla distruzione dell’altro, e al contempo, affinando la capacità subconscia di intuire e riconoscere la necessità dell’altro, e in ultima istanza, di derogare allo scontro per dar vita, condividendo come per magia il quando e il come, a miracoli assoluti di bellezza, comprensione reciproca e creazione della vita. Brandi, senese, tratta i luoghi che visita con lo stesso trasporto, che s’innamori o che li detesti. Di tutti i luoghi cerca di cogliere il magico o l’indemoniato, l’autenticità o l’alienazione, e a prova di come sia personale, profondo il racconto che Brandi lega a ogni luogo, ci viene in soccorso il suo concetto di tempo, inteso non come grandezza quantitativa ma qualitativa, come tempo giusto o sbagliato per legare la propria anima alla particella di mondo che sincronicamente fascia il nostro sguardo. Dai luoghi della Grecia antica come Creta, Delfi o l’Acropoli all’Africa sahariana, da Beirut a Gerusalemme, dalla Puglia delle cripte rupestri a Martina Franca, cittadina che quasi miracolosamente travolge Brandi con le sue fascinazioni, dal Nilo alla Sicilia e dalla Cina alla Persia, all’India, al Portogallo, non c’è luogo che non abbia trasmesso ricchezza a Cesare Brandi, e a cui Brandi non abbia restituito un virgulto dell’anima, un anelito profondo di ammirazione o di innamorata indignazione. E del resto, non è questo, in definitva, il viaggio? Un cimento, un palio che serve a mettere alla prova sé stessi in senso circolare, affinché sia mimato, nello spirito il meccanismo di contraddizione tra andata e ritorno, tra irrequietezza e bisogno di pace, tra angoscia o volontà del nuovo e tra nostalgia o rimpianto del passato? Di certo non può che essere così quando viaggio e letteratura s’incontrano in un così proficuo idillio amoroso.

(Pubblicato su L’Unità del 12/07/2012)


Saviano all’auditorium

15 marzo, 2012

Ecco il mio intervento su L’Unità a proposito dell’incontro tra Roberto Saviano e le scolaresche romane svoltosi all’Auditorium.

Lontano dalle telecamere è possibile mettere da parte l’ossessione per gli ascolti, e resistere alla tentazione di calibrare la propria vena retorica sull’eccessiva semplificazione. Ed è possibile, soprattutto, evitare ogni pericolosa metamorfosi in ciò che non si è. Ecco perché, Roberto Saviano, nell’incontro con i giovani delle scolaresche romane che è andato in scena ieri, nella Sala Petrassi all’Auditorium, è sembrato efficace e autentico così com’era alle prime armi, quando Gomorra, un libro di straordinaria importanza per come ha trasformato in visione del mondo ad appannaggio di tutti il sistema di pensiero della criminalità organizzata, era uno straordinario fenomeno editoriale per il peso dei suoi contenuti. È stretta la presa che Roberto, da eroe moderno che coniuga il successo professionale alla costante presenza sui media, riesce a mantenere sui giovani.

Al suo ingresso scoppia quasi un’ovazione, e quando Tullio De Mauro annuncia il suo nome, l’applauso dei ragazzi scroscia convinto e all’unisono. Saviano procede sicuro, si sente protetto dall’innocenza dei ragazzi, che da lui sembrano pretendere soprattutto parole rassicuranti, mostrandosi pronti a ricambiare con fiducia e affetto incondizionato. È un incontro vivo. Saviano dopo i ringraziamenti di rito chiede ai ragazzi di essere divorato dalle domande, per lui più profonde e pure di quelle dei giornalisti. Poi con sapienza blandisce la platea, anche se non c’è né bisogno, perché con i ragazzi è già re. «Quando andavo a scuola e c’erano questi incontri ero felice per due motivi. Perché non bisognava studiare per il giorno dopo e perché le professoresse non interrogavano. Quindi mi raccomando, se domani v’interrogano, ribellatevi». I ragazzi gli dedicano un’ovazione, poi incalzano con semplicità e curiosità, e prendono spunto dal racconto Super Santos, su cui si sono preparati. È un ottimo spunto. Ma prima, vogliono sapere come vive il loro idolo, se sente ancora di avere una terra propria. Roberto li accontenta. «Quando si è nella mia situazione la vita diventa raminga, ci si abitua ma non è facile. Subentrano sensazioni contrastanti, da un lato si sprova ad andare altrove per ricominciare da zero, io ci ho provato vivendo per sette mesi in America. Ma non ci si riesce. Prima o poi, si capisce che quell’altrove non ti appartiene e non lo farà mai. Allora si torna e si soffre, specie perché dalla tua terra arriva odio. Perché hai raccontato. Perché nella strana mentalità dell’omertà se c’è chi una terra l’ha avvelenata non importa, il colpevole è chi racconta, non chi distrugge tutto attorno a sé. Ma poi l’amore ritorna, perché non si può stare bisticciati con la propria terra. Lo diceva anche Edoardo. Se io me ne vado da Napoli, Napoli nemmeno se ne accorge, ma io senza Napoli sto male». Arriva fino alle viscere, Roberto. Specie quando da un semplice pallone, si arriva a parlare di Camorra, ciò che sa fare come nessun’altro. «Ricordo questo pallone arancione, che non schiattava mai. Il Super Santos. Dalle mie parti per strada si gioca ancora, e mi ha molto colpito scoprire che i clan pagano i ragazzi per giocare a pallone. Sì, esatto. Quelli in regola però, quelli che vano a scuola. Poi al pomeriggio devono mettersi per strada e giocare tutto il giorno, e se vedono una gazzella, hanno il compito di buttare il pallone in una strada e correre tutti insieme gridando o pallone, o pallone. In questo modo rendono sicuro l’intero sistema dello spaccio. Io le conosco quelle piazze, ci ho giocato, e ciò che m’impressiona è vedere come i ragazzi si convincono che i camorristi arrivati facciano una vita da nababbi. Lo imparano dai film, da Romanzo Criminale. Invece non è così. I boss si fanno dieci giorni l’anno con la Lamborghini, i soldi e le donne, poi li aspetta il carcere, il terrore di essere uccisi, un mondo di regole rigidissime. Chi entra nell’onorata società lo sa dal primo momento. Se diventi affiliato è per sempre». Come per sempre è per chi decide di raccontare.

L’Unità, mercoledì 14 marzo, 2012.