Pensieri sulla letteratura…
30 giugno, 2009
Ho avuto il piacere di rispondere a delle bellissime domnde sulla letteratura.
L’intervista è all’indirizzo:

Ho avuto il piacere di rispondere a delle bellissime domnde sulla letteratura.
L’intervista è all’indirizzo:
Il generatore di articoli di Libero
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Pubblico un bellissimo editoriale di MARCO BELPOLITI uscito su “LA STAMPA” di Martedì 21 Aprile. Non aggiungo niente perché lo condivido in pieno.
Uno degli aspetti che più colpiscono nell’attuale processo d’omologazione in corso è l’idealizzazione del banale e dell’insignificante. Certo c’è stata «la casalinga di Voghera», assurta al rango d’intellettuale di riferimento dopo il patronage d’Alberto Arbasino, ma adesso tocca agli intellettuali di X Factor. Secondo Walter Siti, che ne ha scritto sulla Stampa sabato scorso, si tratta di un programma seguito da nutriti gruppi d’ascolto di cui farebbero parte scrittori e intellettuali di grido, che dibattono tra loro, non più di Marx e Nietzsche, di Adorno e Horkheimer, bensì di Morgan e Mara Maionchi.
Colpisce il fatto che le persone esposte allo sguardo ammirato di molti, se non di tutti, non siano più modelli alti, personaggi di rilievo intellettuale o morale, quanto piuttosto uomini e donne modesti, anonimi, assolutamente identici all’uomo della strada o alla donna della porta accanto. Realtà e spettacolo si avvicinano sempre più, così che il secondo ha inglobato la prima. Del resto, lo spettacolo non assolve più alla sua naturale funzione di rappresentare, drammatizzare, far riflettere, appassionare, svolgendo il ruolo catartico per cui era nato, ma s’identifica sempre più con la realtà stessa, così che non esiste più alcuna differenza tra le due cose: tutto è spettacolo, anche la vita, soprattutto quella intima.
Gli psicoanalisti, interessati a quello che accade fuori dalle loro stanze, da tempo ci stanno indicando un aspetto della trasformazione in corso, di cui il voyeurismo e l’esibizionismo televisivo, tipico dei nuovi programmi, ne è la spia più diffusa: una progressiva carenza di identità prima ancora che di valori. Anna Maria Pandolfi, in un preveggente studio di qualche anno fa, postulava per la società attuale un assetto narcisistico estremamente fragile e povero, per il quale «essere visti e conosciuti o solo guardati, quale che sia il prezzo che per ciò si paga, sembra essere l’unico rimedio a un pericoloso vissuto di non valore o addirittura di non esistenza». L’audience come misura del mondo. La televisione, meglio la neotelevisione berlusconiana – modello straordinario di un ordinario «pensiero unico» -, ha realizzato proprio questo, secondo una tendenza omologante e appiattente a cui anche gli intellettuali raffinati – o presunti tali – si sono equiparati e genuflessi: tutti osservano la stessa cosa. Chi dice, o mostra, cose diverse, chi esce dal coro, con provocazioni oppure con un persistente silenzio, viene immediatamente eliminato. Non è più solo un’invenzione da intellettuali francesi, bensì un dato inconfutabile: la realtà mediatica ha sostituito nella testa di menti illuminate e di scrittori, che si vorrebbero trasgressivi, la realtà fattuale.
Jean Baudrillard, ci ricorda Anna Maria Pandolfi, in alcune pagine illuminanti e terribili, peraltro inascoltate, ci aveva avvisato diversi anni fa: quando tutto è esposto alla vista, non c’è più nulla da vedere. Il nulla sotto forma di rumore di fondo, schiamazzo, pseudo-discussione, è diventato la forma stessa della società italiana dell’inizio del XXI secolo attraverso il suo strumento mediatico più efficace: la televisione. Qualche giorno fa un’importante personalità istituzionale ha sostenuto con una boutade che non era il caso d’insistere sulle responsabilità nei crolli delle case, degli ospedali, degli edifici pubblici dell’Aquila. Il senso di colpa o la vergogna, sottintendeva l’intervento autorevole dell’uomo politico, non hanno più alcun senso perché rivolti verso il passato. Il futuro è quello che conta. Ma quale futuro? Chi è capace di reggere la presenza del proprio o altrui errore, di ammetterlo o combatterlo, possiede, ricorda la psicoanalista Pandolfi, un Sé sufficientemente saldo e un’identità abbastanza definita per poter entrare nell’area della conflittualità, tollerare la colpa e sopportare la depressione che ne consegue. Al contrario, chi rigetta tutto questo, dimostra il bisogno «di essere visto e parlato, per garantirsi della sua propria esistenza e negare il vuoto e la futilità del suo mondo interno e, ora, anche di quello esterno, tra i quali peraltro la distinzione non è più così netta». C’è solo da augurarsi che intellettuali intelligenti e acuti, scrittori bravi e di successo, si risveglino dal sonno della ragione che, non partorisce solo mostri, come ci avvisava Goya, ma anche e soprattutto il vuoto di una pseudo-vita omologante e banale.
MARCO BELPOLITI
Sette domande sulla scrittura a cui mi è capitato piacevolmente di rispondere.
Signori, io, si capisce, scherzo, e so da me che i miei scherzi non sono riusciti, ma pure non si può tutto prendere a scherzo quello che dico. Io forse scherzo colla bava alla bocca. Signori, c’è dei problemi che mi tormentano; risolvetemeli. Cosí per esempio voi volete distogliere l’uomo dalle sue antiche abitudini e correggere la sua volontà secondo quanto esigono la scienza e il buonsenso. Ma che cosa vi fa esser sicuri che non soltanto si può, ma si deve trasformare cosí l’uomo? Che cosa vi fa concludere che la volontà umana deve assolutamente esser corretta? Insomma, che cosa vi fa esser sicuri che una tale riforma tornerà davvero a vantaggio dell’uomo? E, per dir tutto, come mai siete tanto convinti che il non contrastare ai suoi veri e normali interessi, garantiti dagli argomenti della ragione e dell’aritmetica, sia davvero sempre vantaggioso per l’uomo e sia legge dell’umanità tutta? Ma questa, per adesso, è soltanto una vostra ipotesi! E poniamo pure che sia una legge della logica; ma forse non lo è affatto dell’umanità. Voi forse pensate, signori, che io sia pazzo? Lasciate però che mi spieghi. D’accordo: l’uomo è animale prevalentemente costruttore, condannato a tendere coscientemente a uno scopo e a esercitar l’arte dell’ingegnere, ossia a tracciarsi in eterno e senza posa una via, anche se non si sa dove meni. Ma forse appunto perché è condannato a tracciarsi questa via gli vien voglia ogni tanto di buttarsi fuoristrada, e magari anche perché, sia stupido l’uomo immediato e d’azione quanto si vuole, gli balena però talvolta pel capo che la via, come risulta, quasi sempre mena non si sa dove, e che l’importante poi non è dove meni, ma piuttosto e soltanto che, insomma proceda, e che il bravo ragazzo non sia portato a spregiare la propria arte d’ingegnere e non s’abbandoni cosí al rovinoso ozio, il quale è il noto padre di tutti i vizi. Dunque l’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos? Rispondete un po’ a questo! Ma su questo punto vorrei io stesso dirvi due parole in particolare. Non sarebbe forse dovuto, questo suo grande amore per la distruzione e pel caos (che talvolta li ami assai è anche pacifico e indiscutibile), al fatto che lui stesso istintivamente ha paura di raggiungere lo scopo e di portare a termine la costruzione? Che ne sapete, magari a lui l’edificio gli piace soltanto da lontano e da vicino niente affatto; magari viverci non gli piace, ma soltanto costruirlo, per poi lasciarlo aux animaux domestiques, quali formiche, pecoroni ecc. ecc. Le formiche però hanno tutt’altri gusti. Hanno, loro, una meravigliosa costruzione del genere, che sfida i secoli: il formicaio. Dal formicaio le rispettabili formiche hanno cominciato, e col formicaio certamente finiranno, il che torna a grande onore della loro perseveranza e della loro posatezza. Ma l’uomo è creatura avventata ed assurda, e forse a lui come al giocatore di scacchi interessa soltanto il processo di raggiungimento dello scopo, non già lo scopo stesso. E, chissà (nessuno può giurare il contrario), forse lo scopo a cui tende l’umanità consiste unicamente nel mantenere ininterrotto questo processo di raggiungimento, in altre parole è la vita medesima, e non propriamente la meta da raggiungere, la quale, si capisce, non può esser altro che il due piú due quattro, ossia una formula, ma questo due piú due quattro non è piú la vita, bensí il principio della morte.
Ringrazio personalmente gli amici di Carmilla, che avendo a cuore le sorti della verità intorno ai fatti del mondo provano a ricostruirla facendo girare documenti super partes, redatti da chi non ha alcun interesse a strumentalizzare le tragedie umane. In questo caso, ecco un rapporto di Human Right Watch, l’associazione per la difesa dei diritti umani, su quello che accade da anni nella striscia di Gaza. Inutile far notare come reportage del genere, così come tutti i documenti e le testimonianze serie di chi non è mosso da interesse di parte, sono materiale del tutto interdetto, in Italia, dai mezzi di comunicazione più importanti. E questo è un dato di fatto.
Leggendo disffusamente i giornali, ascoltando i telegiornali e sopportando il disgusto che i media creano con quella smania di appagare il minimo bisogno d’attualità dell’uomo massa, non si può non sottolineare la macabra approssimazione, il totale sprezzo della verità con cui in questo paese si tratta una tragedia assoluta come il conflitto israelo-palestinese. Dai giornali il morbo passa direttamente nelle menti delle autorità, che a seconda della parte politica che occupano si schierano come bravi soldatini nella propria porzione di dibattito. Il solito canovaccio che ormai dovrebbe aver stancato anche chi dell’informazione è turista e tifoso: i buoni sono quelli che ci somigliano, che partecipano alla società civile, che hanno le fogne e le banche e la bomba atomica. I cattivi invece sono i terroristi. I buoni hanno un governo di buoni che ha il diritto di sconfiggere i terroristi e per ottenere lo scopo si fa appello alla legittima difesa. I cattivi hanno un governo di cattivi che vuole seminare terrore tra i buoni. La trama è perfetta per l’apocalisse finale nel mondo di Harry Potter, non per la realtà delle cose umane. Basta. Adesso è arrivato perfinoil momento del sondaggio di Repubblica “LE POSIZIONI SULLA CRISI IN MEDIO ORIENTE, VOTATE ANCHE VOI”. Non si registra nessun amore per la verità, nessun tentativo di capire realmente l’evolversi della situazione fino al genocidio in corso, perchè di genocidio si tratta. Non c’è nessuno che provi a differenziare tra i popoli (innocenti) e i governi e le isitituzioni più o meno giuridiche che determinano lo stato di crisi, non c’è nessuno che ricordi che da almeno quarant’anni ognni risoluzione di pace proposta dalle Nazioni Unite venga sistematicamente votata all’unanimità tranne due, USA e Israele. Non c’è nessuno che ricordi come il popolo d’Israele non è di certo brutale come il manipolo di potenti che disprezza la vita umana. Non c’è nessuno che si chiede come Hamas divenga da organizzazione marginale a partito di massa, non c’è nessuno che, nel dibattito pubblico, dimostri il più lontano senso di carità verso la sofferenza . Tutto questo mi risulta davvero insopportabile.
Qui, il rapporto dell’ispettore ONU incaricato di descrivere la situazione di Gaza.
La fruizione dell’arte in un clima conviviale e soft è alla base dell’esperimento “Citofonare Interno 7”, primo esempio in Italia di reading letterario a domicilio. Siamo al quinto appuntamento, che si svolgerà sabato 8 novembre in un appartamento in via Filarete 179, a Roma. Gli scrittori invitati a leggere pagine inedite dei loro lavori saranno Carlo D’Amicis, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Peppe Fiore, accompagnato da Giovanni Truppi, Massimiliano Coccia e Francesco Marocco. La serata sarà allietata dalla performance live della cantautrice Valentina Lupi, che si esibirà con la violinista Vanessa Cremaschi.
Felicitazioni. Barack Obama ha vinto il galà della pubblicità 2008. Naturalmente se avesse perso sarebbe stato molto peggio, visto le motivazioni per cui, anche noi a migliaia di chilometri di distanza, siamo costretti a interessarci così visceralmente alle elezioni presidenziali di un altro paese. Ora però arriva il bello. Gli americani hanno dimostrato di aver gradito il nuovo packaging. Compito suo dimostrare che chi dice che i cambiamenti apportabili alla politica reale siano irrilevanti, che non sarà solo un rappresentante degli interessi di diverse elite o delle esigenze cangianti delle solite. Che il suo programma (di cui invero non è che si sappia molto) sia davvero impronatato di quello spirito rivoluzionario che il neopresidente incarna fisicamente.
Chi scrive, tende a dubitarne. Sperando, appasionatamente, di doversi ricredere.
Ecco il pezzo che ho pubblicato ieri su “Il Riformsita”
Nel 1967, scrivendo il saggio Il freddo e il crudele, Gilles Deleuze si accostò all’opera letteraria di Leopold Von Sacher-Masoch e del marchese De Sade, per provare, attraverso i più raffinati strumenti dell’umanesimo (filosofia e antropologia subito a ruota della letteratura), che le pulsioni cliniche di sadismo e masochismo sono tutt’altro che voci contrarie per definizione e correlate in quanto vertici estremi di un medesimo universo simbolico. Secondo Deleuze infatti, pur avendo delle caratteristiche equiparabili (linguaggio paradossale, importanza della ripetizione degli stessi atti sensuali, presenza in scena di vittime e carnefici), sadismo e masochismo si fondano su premesse completamente diverse e assolutamente autonome. Piccola premessa. Per capire Deleuze è necessario emanciparsi da qualsiasi valutazione moralistica, e non considerare sadismo e masochismo delle sciocche perversioni di disadattati intenti a frustare il partner, a subire scudisciate e percosse incollando le proprie mucose a feticci di vario genere, quali scarpe, parti del corpo e biancheria intima. È più corretto invece considerare le suddette pulsioni dal punto di vista prettamente ideologico, e solo come inevitabile conseguenza riconoscerle come vettori straordinariamente potenti di sessualità cerebrale.
Dove si anniderebbero allora, le maggiori differenze tra nucleo ideologico del sadismo e nucleo ideologico del masochismo? In primo luogo nella relazione tra vittima e carnefice. Nel sadismo infatti, solo per gusto del raggiro l’istitutore sadico mostra di voler persuadere il suo partner ad essere consenziente, mentre in realtà ciò che gli sta a cuore è solo la più alta dimostrazione possibile del suo potere (di qui l’abolizione di qualsiasi singulto pedagogico).
Nel masochismo invece tra vittima e carnefice si deve necessariamente istaurare un contratto liberamente accettato dalle parti in causa, perché qualsiasi masochista arriva a pretendere la propria punizione o l’umiliazione addirittura con aggressività. In questo senso, dunque, sadismo e masochismo vanno interpretati come allegorie rispettive di istituzioni e contratto, ovvero due forme agli antipodi di concepire la genesi della legge come archetipo. La distinzione giuridica tra istituzione e contratto, infatti, è molto chiara. L’istituzione prevede uno statuto di lunga durata, involontario e inalienabile, costitutivo di un potere, il cui effetto è imponibile a terzi. Il contratto invece si delinea come uno statuto di durata limitata, che presuppone la volontà dei contraenti, che stabilisce la definizione tra loro di diritti e doveri, e che non è imponibile a terzi. Il rapporto con la legge dunque, in senso filosofico, è il terreno di scontro definitivo su cui misurare sadismo e masochismo. Entrambi mirano a situarsi sopra la legge, ma come al solito, la grande differenza è nel metodo. Il sadico lo fa attraverso la mise en place dell’estrema usurpazione, che lo spinge a superare di continuo, in termini dimostrativi, l’ultimo limite che ha infranto, a scapito della possibilità di giungere a una soddisfazione definitiva. Il masochista invece vuole usurpare la legge ridicolizzandola, ovvero mostrandone l’assurdità attraverso un teatrale eccesso di obbedienza, un po’ come faceva il Buon Soldato Sveik di Vladislav Hasek.
Ma a questo punto, una volta assodata l’importanza del concetto di legge nell’eterna battaglia dialettica tra sadici e masochisti, perché non provare ad applicare queste speculazioni a chi in Italia le leggi le produce in parlamento? In fin dei conti, estraendole dalla sfera sessuale, sadismo e masochismo possono benissimo proporsi come categorie adatte a definire gli stili di vita dei membri di una società, e nel nostro caso di una classe politica. Da una istintiva analisi dell’attualità, dunque si potrebbe azzardare a stilare per gioco una lista di politici sadici e una di politici masochisti. Tra i sadici, al primo posto entra di diritto Maria Stella Gelmini, per il suo progetto di frustare idealmente i frustrati studenti italiani in vista di un disegno più grande, ovvero smantellare la scuola pubblica per favorirne la transustanziazione in scuola privata tout court. A ruota, naturalmente, la inseguirebbe il premier Silvio Berlusconi, che incarna i basamenti della filosofia sadiana in quanto uomo eslege per antonomasia, sviluppando quel falso intento pedagogico cui si accennava sopra per il mero gusto di prendersi gioco delle sue vittime. Anche Stefania Prestigiacomo e Fausto Bertinotti meriterebbero di diritto un posto tra gli esponenti del sadismo. La prima nelle vesti di Venere/ministro delle politiche ambientali in pelliccia e latex non biodegradabile, che considera l’ambiente come una materia prima a disposizione delle aziende, ben sapendo che nel mondo che verrà, (lei come noi) non dovrà più viverci. Il secondo come raffinato esecutore di scelte politiche che hanno avuto il risultato di eliminare definitivamente la sinistra in Italia. E tra i masochisti? Veltroni per il perfetto contratto padrona-schiavo stipulato tra opposizione e maggioranza, Di Pietro per la sua ostinazione a non procurarsi un doppiatore, Gianfranco Fini per la qualità maturata nell’interpretare il ruolo di eterno secondo, e naturalmente Giulio Tremonti, che ha accettato di tornare a essere ministro dell’economia in un momento in cui l’economia (mondiale) sta dimostrando di essere ciò che è in realtà, ovvero solo un ossessivo e alienante feticcio per sadomasochisti.
Giancarlo Liviano D’arcangelo, Il Riformista 26 ottobre 2008