Uno scritto di Anna Maria Ortese

7 gennaio, 2012

Anna Maria Ortese è stata una tra le voci più autentiche della letteratura italiana contemporanea. Su minimaetmoralia, è possibile leggere un suo pensiero sul rapporto tra italiani e scrittura, sottile e intuitivo, oltre che magnificamente espresso.


“Le Ceneri di Mike” libro del giorno a Fahrenheit, Radio 3.

30 novembre, 2011

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-608a06d2-8982-4114-ab2a-3cab35b21c97-popup.html?p=0


“Le Ceneri di Mike” secondo Chiara Valerio.

26 settembre, 2011

Chiara Valerio recensisce “Le Ceneri di Mike” su L’Unità.


Corrado Augias consiglia “Le Ceneri di Mike” sul Venerdì di Repubblica.

23 settembre, 2011

IlVenerdì.Mike_23-09- 2011

Sono onorato che Corrado Augias abbia parlato del mio lavoro nella sua rubrica settimanale di libri intitolata “La mia Babele.


“Le Ceneri di Mike” su “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

19 settembre, 2011

gazzettadelmezzogiorno_18-09-2011


Le Ceneri di Mike a GR Parlamento

18 settembre, 2011

Ecco il podcast della puntata odierna di Pagine in Frequenza, contenitore di libri e cultura condotto da Alessandro Forlani, dedicato a “Le Ceneri di Mike”. Basta cliccare sull’immagine.

Buon Ascolto.


Intervista a Extra Magazine

17 settembre, 2011

Ecco delle bellissime domande grazie a cui è stato possibile spaziare.

1)Dopo il tuo esordio folgorante, “Andai dentro la notte illuminata” (Pequod 2007), eravamo in attesa del tuo secondo romanzo. “Le ceneri di Mike” (Fandango, uscito il 7 settembre scorso) non é però il romanzo annunciato nel gennaio scorso. Ci sbagliamo?

No. Non vi sbagliate. Le Ceneri di Mike é un reportage narrativo che ho scritto negli ultimi mesi, perché il caso d’attualità, la trafugazione della salma del conduttore avvenuta nei pressi di Arona proprio lo scorso inverno, offriva un’occasione unica per raccontare l’Italia di oggi partendo da un emblema, da una figura chiave dell’Italia di ieri. Ecco perché quando mi sono approcciato a questo libro, ho sentito il desiderio di cogliere l’occasione di creare un vero e proprio pastiche, in cui fosse possibile far coesistere e interagire tra loro ricordi personali, atmosfere, suggestioni dettate dalla cronaca (che come sa è diventata un nucleo dominante dell’immaginario degli italiani), intuizioni antropologiche, il passo narrativo di un romanzo e l’analisi (il più possibile sincera) dei meccanismi latenti che regolano il funzionamento di un mezzo così potente, così presente nella vita quotidiana, come la tv. Con lo spirito di ricreare, con ambizione, la stessa ampiezza della realtà, la stessa caotica complessità. Per fare questo il racconto giornalistico non poteva bastare. Bisognava attingere alla letteratura, alla capacità unica della letteratura di raggiungere, di accalappiare la realtà attraverso un magmatico connubio di finzione e fatti.

2)”Qualcuno nella notte dell’altro ieri ha rubato la salma di Mike Bongiorno. Io mi trovo proprio lì, sul luogo del misfatto. Cimitero di Dagnente, frazione di Arona, Lago Maggiore”. Questo l’incipit del tuo reportage romanzato. Morte, icona mediatica, questa volta Mike Bongiorno. Nel tuo precedente romanzo c’era Paris Hilton e il suicidio in diretta come premio di un surreale e grottesco reality show, dal titolo Golden Death. Insomma c’è un filo rosso molto evidente che lega i due lavori. Come mai? Io credo che per uno scrittore come me, che ambisce a non creare opere di mero intrattenimento, ma che prova, con tutti i mezzi, a decostruire e ricostruire la realtà attraverso quello strumento straordinario che è la letteratura, oggi ci siano dei temi quasi obbligatori. Uno di questi è il tema dei media. Lo sviluppo tecnologico degli ultimi 150 anni ha cambiato il mondo con una rapidità senza precedenti. La televisione ha cambiato l’Italia in pochi decenni più di come era cambiata nei dieci secoli precedenti. Mi riferisco all’immaginario, agli stati psichici delle persone, alla meccanica dell’esercizio del pensiero. Noi ragioniamo per immagini, tutti i contenuti basici, tutte le idee chiave del mondo moderno sono trasmesse per immagini, perché gli elementi iconografici permeano la nostra mente prima che sia possibile filtrarli con il pensiero critico. L’immagine della tomba di Mike oltraggiata, del buco nero che lascia immaginare il vuoto, è una rappresentazione potentissima della nostra epoca: la ricerca nevrotica di qualche altro limite da oltrepassare, dietro cui, ovviamente non c’è nulla. Perché la sostanza o è dentro l’uomo, dentro ogni singolo individuo, o non esiste.

3)Il titolo “Le ceneri di Mike” non deve trarci in inganno. Mike Bongiorno non è stato cremato. A essere stato rubato è stato il corpo, o meglio, quello che del corpo restava a due anni dalla morte. Lo ricordiamo: il trafugamento della salma è avvenuto nella notte del 25 gennaio di questo anno. E allora, perché “le ceneri?”. Perché in chiave metaforica è come se Mike Bongiorno avesse disperso le sue ceneri nell’immaginario degli italiani. Da Arrivi e Partenze, il primo programma della RAI andato in onda nel 1954, passando per il celebre Lascia o Raddoppia?, fino ai programmi più recenti, come Genius, quando un Mike un po’ cambiato come diventano i fuoriclasse nella fase crepuscolare della loro gloriosa carriera, quando era diventato più scorbutico, rude, sfacciatamente sincero. Non va dimenticato che l’Italia del dopoguerra era un paese prevalentemente rurale, in cui l’analfabetismo era stato appena superato anche grazie al fascismo, e Mike Bongiorno fu senza dubbio il più grande catalizzatore verso un’unità culturale primaria, elementare, su cui edificare il boom economico.

4)Reality show, TV commerciale di cui Bongiorno è stato l’inauguratore, hanno distrutto la realtà e ucciso la morte. Ma non sono gli unici. Nel tuo libro fai riferimento anche al giornalismo e alla letteratura di genere che, in fatto di crimini, ha generato una galassia di romanzi.  Tu scrivi: “E’ questa la strategia. Incanalare su versioni cose già prefabbricate cui aderire da spettatori passivi, per smettere di pensare… elementi. La noia come fame d’intrattenimento”.  Ma oggi ci si annoia ancora o piuttosto fa così tanta paura che, come la morte, l’abbiamo rimossa? Oggi noi siamo abituati a percepire la nostra epoca come la più libera di sempre, e per certi versi è vero: esiste un altro grado di permissivismo, e la rappresentazione idealizzata della vita che ci arriva dall’alto, dai media che hanno il compito di rappresentare i modelli di riferimento, è impostata sul massimo grado di realizzazione dell’Io. Naturalmente è una menzogna: la corte dei miracoli promessa è per pochi eletti, mentre la maggioranza, a ben vedere, ha solo la libertà di guadagnarsi da vivere, peraltro in condizioni sempre più difficili. Io credo sia innegabile che la stragrande quantità dei contenuti prodotti dall’industria culturale abbia lo scopo, la finalità più o meno esplicita, di riprodurre all’infinito l’esistenza di questo mondo ideale. Un mondo ideale che sembri a portata di mano, e al tempo stesso inculchi un certo senso d’inferiorità nella gente comune. Aspiriamo a far parte di quella cerchia ristretta, ma finiamo col rimanerne eternamente esclusi, assorbendo solo l’istinto alla sopraffazione del prossimo. Noi tendiamo a posizionarci nella società in base al canovaccio imposto dall’alto che è conservativo, tende a preservare lo status-quo, la gerarchia. Il prezzo da pagare è l’individualismo latente che annienta il patto sociale; è il cinismo alla base della voglia di emergere del singolo. Houllebecq chiama tutto ciò “estensione del dominio della lotta”. Ma più la società è divisa dal basso, più l’ordine costituto, quello generale, è garantito.

5)La chiave di lettura di “Le ceneri di Mike” è chiarissima: la sovraesposizione mediatica della realtà, con gli annessi e connessi (morte), paradossalmente azzera la realtà. Tutto è finzione e finzione della finzione. Come ne veniamo fuori? Rallentando. Riadattandoci al ritmo originale del pensiero critico, che è quello della pagina letteraria e non quello di un servizio al telegiornale. Mettendo sempre in discussione la fetta di realtà che abbiamo davanti, con la consapevolezza che nell’attimo stesso in cui proviamo a fotografarla, avrà già subito un mutamento.

6)Vargas Llosa ha definito lo scrivere “passione, vizio e meraviglia”, finzione che “conferisce l’eternità a un istante e trasforma la morte in uno spettacolo passeggero”. Cos’è per te la scrittura e come ti poni in rapporto alla realtà e alla morte? La scrittura per me è un modo per fare quello che ho scritto qualche riga fa. Decostruire la realtà e ricostruirla. Nabokov diceva che lo scrittore vero è “colui che fa ruotare i pianeti e plasma un uomo dormiente e armeggia impaziente con la sua costola, che non ha valori prestabiliti a disposizione perché deve crearli lui. E che il compito di ornare il luogo comune è lasciato agli autori minori.”. Il mio progetto letterario è ottemperare il più possibile a questa lezione. Il mio rapporto con la realtà è quello, da scrittore, di mettermi in competizione con lei, per coglierne il divenire, le imposture e i meccanismi momentanei. Il mio rapporto con la morte è sereno. I media, paradossalmente, rimuovono la morte come fatto naturale. La morte entra nel dibattito solo quando è violenta, quando è inflitta o provocata dalla natura o dagli incidenti. Certo, spero che si ricordi di me quando potrò dire di essere arrivato a buon punto di un percorso, ma non troppo tardi.

7)Ritieni possibile oggi una letteratura d’impegno civile o è l’ennesima balla che ci anestetizza? Oggi i romanzi che definiamo d’impegno civile, spesso e volentieri godono solo di un’etichetta. Enunciano un tema che nel mare magnum dell’attualità ha il vestito della difesa di alcuni valori, o si prestano bene a essere annessi al più facile progressismo. Poi mettono in scena superficialmente il tema e i giornali ne parlano, in modo che la simulazione sia completa. Un bel romanzo invece, è sempre d’impegno civile. Brodskij, prima di ricevere il Nobel, disse che ogni novità estetica contribuisce a ridefinire la realtà etica dell’uomo. Credo sia questo il senso profondo dell’arte, della letteratura.


“Le Ceneri di Mike” a Linea Notte

14 settembre, 2011

Cliccando sulla foto il video del mio intervento di ieri a Linea Notte del Tg3 per parlare de “Le Ceneri di Mike”. Si parte dal minuto 31.


Le Ceneri di Mike

7 settembre, 2011

Con grande gioia da domani sarò di nuovo in libreria con “Le ceneri di Mike”, pubblicato da Fandango Libri. Si tratta di un reportage narrativo che ho scritto con grande trasporto, in uno scenario per me inusuale. Partendo da un caso di cronaca incomprensibile, senza risoluzione, e da un personaggio di straordinaria importanza per la storia culturale di questo paese, ho provato a raccontare l’Italia che vedo, e che sempre più rapidamente, mi pare, sta regredendo a uno stadio di insensato e perenne black-out di pensiero. Ecco la scheda del libro.

Collana: Fandango Libri

Pagine: 218

Prezzo: € 15,00

Isbn: 978-88-6044-159-1

Mese di pubblicazione: 8 Settembre 2011

Sono passati esattamente cinquant’anni da quando apparve la prima edizione del saggio di Umberto Eco Fenomenologia di Mike Bongiorno, dove si raccontava quanto fosse naturale per l’italiano medio riconoscersi nella figura del presentatore italo-americano. Il saggio, pur essendo in certi tratti molto duro con Bongiorno, consacrava comunque il valore e la potenza di Mike nell’immaginario collettivo.

Un anno e mezzo dopo la sua scomparsa, avvenuta l’8 settembre del 2009, ignoti trafugano la salma di Mike dal cimitero di Dagnente nel comune di Arona. La notizia turba l’Italia, ma è un turbamento che dura poco, qualche giorno appena, presto sepolto dalla cronaca nera che riempie i telegiornali.

Seguendo la lezione dei grandi scrittori del New Journalism americano, Giancarlo Liviano D’Arcangelo si trasferisce ad Arona nei giorni immediatamente successivi al trafugamento, e lì si consegna a un’ispirata, struggente solitudine, come nuotando nel buio degli abissi marini alla ricerca di qualche anima splendente con cui condividere la propria incapacità di accettare il silenzio. Con sconsiderata curiosità stana storie e personaggi, si avvicina ai luoghi di Mike e forse anche ai suoi ladri.

Ciò che ne viene fuori è il ritratto della strana, oscena rimozione collettiva che tuttora accompagna l’oltraggio subito da una delle figure più importanti della nostra storia recente, ma anche lo spaccato di una provincia italiana del tutto insensibile, ormai, a ciò che si spinge al di là della morte, e ancora troppo poco raccontata.

Sandro Veronesi

“Sia opera di balordi disperati, sia di lugubri feticisti del successo, il rapimento della salma di Mike Bongiorno mette una speciale tristezza.

Di questo uomo fortunato, semplice e allegro, oggi qualcuno ha in pugno le spoglie. Nemmeno la surrealtà di una notizia che − riguardando Mike − riguarda anche la tragicomica confusione tra fiction e realtà, riesce a strapparci un sorriso, oggi. Lo riportino dov’era, o lo facciano ritrovare, soprattutto non lo disturbino, non gli dicano perché, non gli spieghino nulla.

Non capirebbe, o meglio: non vorrebbe capire.”

Michele Serra


Al Premio Strega i libri ibridi

15 luglio, 2011

Un mio intervento su L’Unità sulla “moda” dei libri ibridi, in seguito al pezzo di Riccardo Chiaberge su Saturno, inserto culturale del Fatto Qutodiano.

Intorno al Premio Strega, da sempre, orbitano come anelli planetari le più rilevanti discussioni tra addetti ai lavori su questioni letterarie e meccanismi dell’industria culturale. Il precursore fu nel 1968 Pierpaolo Pasolini, che dopo essere entrato in cinquina con Teorema, approfittò di una probabile sconfitta (quell’edizione fu dominata dalla Rizzoli che portò alla vittoria Alberto Bevilacqua) per immolarsi nella prima grande polemica contro l’industria culturale italiana, già allora votata all’esaltazione di valori falsamente culturali e al genocidio della cultura vera, profonda. In una lunga analisi pubblicata su “Il Giorno” Pasolini denunciò la netta cesura tra i suoi interessi di scrittore, del tutto coincidenti con la portata culturale di un’opera letteraria, e quelli dei gruppi editoriali che degli scrittori pubblicano le opere, interessi di natura industriale volti all’ottimizzazione del profitto. Il problema, sebbene sbugiardato ormai mezzo secolo fa, oggi è forse più attuale di allora. Ed è per questo che Riccardo Chiaberge, sulle pagine del Fatto Quotidiano, ha approfittato della partecipazione (a suo dire contro il regolamento) alla finale dello Strega di due romanzi autobiografici (“Storia della mia Gente” di Edoardo Nesi, Bompiani (poi vincente), e “La scoperta del mondo” di Luciana Castellina, Nottetempo), per denunciare quello che a suo parere è un malcostume dell’editoria italiana: la proliferazione del librido, del libro ibrido, ossia quel particolare tipo di opera letteraria che sfugge a chiare denominazioni di genere, a metà tra saggio e romanzo, o per citare Chiaberge, opere che “non presuppongono i mal di pancia di un romanzo o le estenuanti ricerche di un saggio che si rispetti”, su cui gli editori puntano perché più facilmente vendibili. Tuttavia, a leggere la denuncia di Chiaberge, non è chiaro l’obiettivo su cui si dovrebbe far fuoco. Se è assolutamente necessario criticare il malcostume diffuso della grande editoria italiana di adottare un certo trasformismo schizofrenico con intenti utilitaristici di brevissimo respiro (sensibilità alle mode, elogio della facilità, disamore per il valore letterario), appare una presa di posizione un po’ troppo cinica indicare il cosiddetto libro ibrido, o le opere che sfuggono a una netta catalogazione di genere (per caratteristiche dello stile o per poetica dell’autore), come risultato riprovevole di tale trasformismo. La storia della letteratura vanta opere ibride e non catalogabili di straordinario spessore. Basta pensare a Winfried Sebald, autore tra i più grandi del dopoguerra, che in capolavori di valore assoluto come “Austerlitz” o “gli Anelli di Saturno” riesce a creare dei percorsi di senso spiroidali di ampiezza infinita, partendo da un ricordo familiare o dall’osservazione di ruderi casualmente incontrati durante lunghe passeggiata in campagna. Nelle pagine di Sebald, che per accumulo di particolari, erudizione e qualità dei collegamenti, riescono a tracciare un’esaustiva storia della distruzione naturale come avviene solo nei grandi saggi, si riscontra a tratti il passo sicuro e il ritmo narrativo dei romanzieri classici. Evviva l’ibridazione, dunque. Anche in Italia ci sono casi di opere ibride di buonissimo livello. Basti pensare alla collana Contromano di Laterza, che vanta alcune tra le pubblicazioni più valide degli ultimi anni, e allo stesso Gomorra, ibrido in cui il filo narrativo e l’analisi dei meccanismi sistematici del capitale criminale si fondono in un corpo unico, compatto e senza dubbio ammaliante. La qualità dell’opera, dunque, è ciò che conta. Fuori dai discorsi che riguardano la qualità dello stile, della lingua e dei contenuti delle opere, ogni denuncia non può che ibridarsi con la polemica sterile.

Pubblicato su L’Unità.