
Ecco delle bellissime domande grazie a cui è stato possibile spaziare.
1)Dopo il tuo esordio folgorante, “Andai dentro la notte illuminata” (Pequod 2007), eravamo in attesa del tuo secondo romanzo. “Le ceneri di Mike” (Fandango, uscito il 7 settembre scorso) non é però il romanzo annunciato nel gennaio scorso. Ci sbagliamo?
No. Non vi sbagliate. Le Ceneri di Mike é un reportage narrativo che ho scritto negli ultimi mesi, perché il caso d’attualità, la trafugazione della salma del conduttore avvenuta nei pressi di Arona proprio lo scorso inverno, offriva un’occasione unica per raccontare l’Italia di oggi partendo da un emblema, da una figura chiave dell’Italia di ieri. Ecco perché quando mi sono approcciato a questo libro, ho sentito il desiderio di cogliere l’occasione di creare un vero e proprio pastiche, in cui fosse possibile far coesistere e interagire tra loro ricordi personali, atmosfere, suggestioni dettate dalla cronaca (che come sa è diventata un nucleo dominante dell’immaginario degli italiani), intuizioni antropologiche, il passo narrativo di un romanzo e l’analisi (il più possibile sincera) dei meccanismi latenti che regolano il funzionamento di un mezzo così potente, così presente nella vita quotidiana, come la tv. Con lo spirito di ricreare, con ambizione, la stessa ampiezza della realtà, la stessa caotica complessità. Per fare questo il racconto giornalistico non poteva bastare. Bisognava attingere alla letteratura, alla capacità unica della letteratura di raggiungere, di accalappiare la realtà attraverso un magmatico connubio di finzione e fatti.
2)”Qualcuno nella notte dell’altro ieri ha rubato la salma di Mike Bongiorno. Io mi trovo proprio lì, sul luogo del misfatto. Cimitero di Dagnente, frazione di Arona, Lago Maggiore”. Questo l’incipit del tuo reportage romanzato. Morte, icona mediatica, questa volta Mike Bongiorno. Nel tuo precedente romanzo c’era Paris Hilton e il suicidio in diretta come premio di un surreale e grottesco reality show, dal titolo Golden Death. Insomma c’è un filo rosso molto evidente che lega i due lavori. Come mai? Io credo che per uno scrittore come me, che ambisce a non creare opere di mero intrattenimento, ma che prova, con tutti i mezzi, a decostruire e ricostruire la realtà attraverso quello strumento straordinario che è la letteratura, oggi ci siano dei temi quasi obbligatori. Uno di questi è il tema dei media. Lo sviluppo tecnologico degli ultimi 150 anni ha cambiato il mondo con una rapidità senza precedenti. La televisione ha cambiato l’Italia in pochi decenni più di come era cambiata nei dieci secoli precedenti. Mi riferisco all’immaginario, agli stati psichici delle persone, alla meccanica dell’esercizio del pensiero. Noi ragioniamo per immagini, tutti i contenuti basici, tutte le idee chiave del mondo moderno sono trasmesse per immagini, perché gli elementi iconografici permeano la nostra mente prima che sia possibile filtrarli con il pensiero critico. L’immagine della tomba di Mike oltraggiata, del buco nero che lascia immaginare il vuoto, è una rappresentazione potentissima della nostra epoca: la ricerca nevrotica di qualche altro limite da oltrepassare, dietro cui, ovviamente non c’è nulla. Perché la sostanza o è dentro l’uomo, dentro ogni singolo individuo, o non esiste.
3)Il titolo “Le ceneri di Mike” non deve trarci in inganno. Mike Bongiorno non è stato cremato. A essere stato rubato è stato il corpo, o meglio, quello che del corpo restava a due anni dalla morte. Lo ricordiamo: il trafugamento della salma è avvenuto nella notte del 25 gennaio di questo anno. E allora, perché “le ceneri?”. Perché in chiave metaforica è come se Mike Bongiorno avesse disperso le sue ceneri nell’immaginario degli italiani. Da Arrivi e Partenze, il primo programma della RAI andato in onda nel 1954, passando per il celebre Lascia o Raddoppia?, fino ai programmi più recenti, come Genius, quando un Mike un po’ cambiato come diventano i fuoriclasse nella fase crepuscolare della loro gloriosa carriera, quando era diventato più scorbutico, rude, sfacciatamente sincero. Non va dimenticato che l’Italia del dopoguerra era un paese prevalentemente rurale, in cui l’analfabetismo era stato appena superato anche grazie al fascismo, e Mike Bongiorno fu senza dubbio il più grande catalizzatore verso un’unità culturale primaria, elementare, su cui edificare il boom economico.
4)Reality show, TV commerciale di cui Bongiorno è stato l’inauguratore, hanno distrutto la realtà e ucciso la morte. Ma non sono gli unici. Nel tuo libro fai riferimento anche al giornalismo e alla letteratura di genere che, in fatto di crimini, ha generato una galassia di romanzi. Tu scrivi: “E’ questa la strategia. Incanalare su versioni cose già prefabbricate cui aderire da spettatori passivi, per smettere di pensare… elementi. La noia come fame d’intrattenimento”. Ma oggi ci si annoia ancora o piuttosto fa così tanta paura che, come la morte, l’abbiamo rimossa? Oggi noi siamo abituati a percepire la nostra epoca come la più libera di sempre, e per certi versi è vero: esiste un altro grado di permissivismo, e la rappresentazione idealizzata della vita che ci arriva dall’alto, dai media che hanno il compito di rappresentare i modelli di riferimento, è impostata sul massimo grado di realizzazione dell’Io. Naturalmente è una menzogna: la corte dei miracoli promessa è per pochi eletti, mentre la maggioranza, a ben vedere, ha solo la libertà di guadagnarsi da vivere, peraltro in condizioni sempre più difficili. Io credo sia innegabile che la stragrande quantità dei contenuti prodotti dall’industria culturale abbia lo scopo, la finalità più o meno esplicita, di riprodurre all’infinito l’esistenza di questo mondo ideale. Un mondo ideale che sembri a portata di mano, e al tempo stesso inculchi un certo senso d’inferiorità nella gente comune. Aspiriamo a far parte di quella cerchia ristretta, ma finiamo col rimanerne eternamente esclusi, assorbendo solo l’istinto alla sopraffazione del prossimo. Noi tendiamo a posizionarci nella società in base al canovaccio imposto dall’alto che è conservativo, tende a preservare lo status-quo, la gerarchia. Il prezzo da pagare è l’individualismo latente che annienta il patto sociale; è il cinismo alla base della voglia di emergere del singolo. Houllebecq chiama tutto ciò “estensione del dominio della lotta”. Ma più la società è divisa dal basso, più l’ordine costituto, quello generale, è garantito.
5)La chiave di lettura di “Le ceneri di Mike” è chiarissima: la sovraesposizione mediatica della realtà, con gli annessi e connessi (morte), paradossalmente azzera la realtà. Tutto è finzione e finzione della finzione. Come ne veniamo fuori? Rallentando. Riadattandoci al ritmo originale del pensiero critico, che è quello della pagina letteraria e non quello di un servizio al telegiornale. Mettendo sempre in discussione la fetta di realtà che abbiamo davanti, con la consapevolezza che nell’attimo stesso in cui proviamo a fotografarla, avrà già subito un mutamento.
6)Vargas Llosa ha definito lo scrivere “passione, vizio e meraviglia”, finzione che “conferisce l’eternità a un istante e trasforma la morte in uno spettacolo passeggero”. Cos’è per te la scrittura e come ti poni in rapporto alla realtà e alla morte? La scrittura per me è un modo per fare quello che ho scritto qualche riga fa. Decostruire la realtà e ricostruirla. Nabokov diceva che lo scrittore vero è “colui che fa ruotare i pianeti e plasma un uomo dormiente e armeggia impaziente con la sua costola, che non ha valori prestabiliti a disposizione perché deve crearli lui. E che il compito di ornare il luogo comune è lasciato agli autori minori.”. Il mio progetto letterario è ottemperare il più possibile a questa lezione. Il mio rapporto con la realtà è quello, da scrittore, di mettermi in competizione con lei, per coglierne il divenire, le imposture e i meccanismi momentanei. Il mio rapporto con la morte è sereno. I media, paradossalmente, rimuovono la morte come fatto naturale. La morte entra nel dibattito solo quando è violenta, quando è inflitta o provocata dalla natura o dagli incidenti. Certo, spero che si ricordi di me quando potrò dire di essere arrivato a buon punto di un percorso, ma non troppo tardi.
7)Ritieni possibile oggi una letteratura d’impegno civile o è l’ennesima balla che ci anestetizza? Oggi i romanzi che definiamo d’impegno civile, spesso e volentieri godono solo di un’etichetta. Enunciano un tema che nel mare magnum dell’attualità ha il vestito della difesa di alcuni valori, o si prestano bene a essere annessi al più facile progressismo. Poi mettono in scena superficialmente il tema e i giornali ne parlano, in modo che la simulazione sia completa. Un bel romanzo invece, è sempre d’impegno civile. Brodskij, prima di ricevere il Nobel, disse che ogni novità estetica contribuisce a ridefinire la realtà etica dell’uomo. Credo sia questo il senso profondo dell’arte, della letteratura.