Il mio paradiso è deserto di Teresa Ciabatti
4 aprile, 2013Nella mente di Marta Bonifazi, la protagonista Il mio paradiso è deserto (Rizzoli 2013), ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, esiste un passato che ha le fattezze di un sogno perfetto, e in cui la luce dei ricordi mostra solo cose belle, e al contempo prende forma un futuro che aspira a essere altrettanto perfetto, idilliaco, magico. Nel mezzo, c’è un eterno presente, orrorifico e sarcastico, ricco di colpi di scena, la storia dettagliata della forma mentis di una donna che non è come vorrebbe essere e come la società la concepisce e l’accetterebbe tributandole amore e ammirazione, ossessione moderna di ciascuno di noi perduti sul palcoscenico dello spettacolo, addestrati come siamo a vederci vivi e felici nel futuro, amati, vincenti, applauditi. Perché Marta Bonifazi è la figlia di uno degli uomini più importanti di Roma, dell’ottavo Re di Roma, e il suo futuro ha le sembianze di un sogno caramellato e televisivo, un idillio perfetto da M-Tv. Passato, presente e futuro sembrano ondeggiare di continuo nella sua mente, sembrano determinarsi meccanicamente per poi cancellarsi con assoluta schizofrenia. Nell’infanzia Marta è stata una bambina felice. La sua è stata una famiglia felice, e in quel passato rimestato, ripassato di continuo con frenesia ma con lo sguardo cristallizzato dell’attualità, i Bonifazi sono sempre immobili, splendidi, statue di cera, figure-specchio che brillano come estasiati dalla loro stessa perfezione. Il futuro che Marta desidera invece sarà palingenetico, ci sarà una miracolistica liposuzione, smetterà di essere la ragazza obesa che sfila sgraziata e rabbiosa in ogni pagina combinando disastri e incolpando tutti fuorché davvero se stessa. Sarà bellissima. Sarà magra. Sarà desiderata, invidiata, sarà, ancora una volta, applaudita. Il presente, in questo meccanismo triturante, è allora solo un tempo intermedio, che esiste solo nella nuda successione nei fatti, narrati con ritmo pirotecnico e chirurgico talento narrativo. Emerge come metro di paragone con passato e futuro, come tempo cronologico e non psichico, tanto che verrebbe da chiedersi leggendo, se la vita non sia davvero questa triste interruzione tra il sogno di cosa saremo e il ricordo di cosa siamo stati. Per molti sembrerebbe proprio di sì. Ed è sul sospetto che le cose stiano esattamente in questo modo che scaturiscono la nostra rabbia o la nostra frustrazione, quando come Marta inseguiamo una dopo l’altra tutte le deviazioni possibili pur di realizzare l’irrealizzabile, pur di inseguire i nostri modelli precostituiti. Per Marta l’ossessione è la liposuzione. E per noi? Per cosa siamo disposti a rinunciare alla felicità presente? Per Marta il presente sottomesso al futuro è terrore degli specchi. È la velocità di un’auto, la sua, che si lancia in una corsa folle e inutile investendo un uomo. È andare a una festa e odiare tutti quelli che le sono intorno, è odiarsi, percependosi diversa da tutti. È pagare un’amica perché lasci in pace il ragazzo che le piace. È minacciare il padre. Detestare la madre, e poi amarla, e detestarla ancora, perché nella perfezione di quel corpo femminile non si trova niente di proprio, nessun senso di appartenenza. E nonostante tutti questi sforzi lasciarsi soggiogare ancora e ancora dal più dorato e al tempo stesso dal più crudele degli incantesimi: “Le sue azioni non avevano conseguenze. (…) Marta Bonifazi aveva un privilegio unico al mondo: poter tornare indietro nel tempo. Annullare gli sbagli, cancellare i fallimenti, cambiare il passato.” Un’illusione, più che un incantesimo, perché le conseguenze sono su se stessi. Così come, al contempo, è un’illusione la nostra immagine idillica del futuro. Non può che essere così. I sogni sono personali, nessun altro li può condividere identici ai nostri. Ogni paradiso è deserto. Nei sogni si è sempre soli, ed ecco perché l’infelicità di Marta è comune a tutti i Bonifazi. Il paradiso di Pietro, il fratello maggiore di Marta, è lontano dalla sua famiglia, dalla sua città, dalla fidanzata Melania. È altrove insomma, in un posto in cui nessuno lo conosce, in cui nessuno è ossessionato dai suoi falsi successi all’università. Il paradiso di Luisa, la madre di Marta, è un paradiso di dolcissime assenze e attese. Il paradiso di Attilio, padre di Marta, è l’eterna giovinezza, è non vedersi mai vecchi negli occhi degli altri, nemmeno in quelli del suo giovane amante sul quale credeva di esercitare un potere gigantesco e di fronte al quale invece si riscopre debole, vecchissimo, incerto come non lo era mai stato. Nemmeno il denaro, in questa crisi di umanità, funziona come cura. Perché nell’ossessione del possesso ci sarà sempre una perfezione più esatta da inseguire, e ci aggrappiamo a una foto di famiglia ritoccata con Photoshop per convincerci di essere davvero così, felici e senza difetti perché la felicità non è mai difettosa. Fino a che il futuro non arriva sottoforma di vecchiaia, e si dissolve. Perché, come dice il più vecchio amico e consigliere di Attilio Bonifazi, “Da vecchio ti sogni bambino.” Quando il tuo paradiso, oltre che deserto, è ormai irrimediabilmente anche più vicino.
Da L’Unità del 2/04/2013









