Your Hand in Mine - Explosions in the Sky
2 Agosto, 2008Non c’è alcun bisogno di aggiungere parole. Vero?
Non c’è alcun bisogno di aggiungere parole. Vero?
Gomorra di Matteo Garrone è nato come figlio prediletto della stagione cinematografica italiana, destinato al successo grazie al caso nazionale meritatamente esploso a proposito dell’omonimo reportage narrativo di Roberto Saviano. Una prima considerazione: Garrone sa bene che Gomorra è un libro complesso, tentacolare, dal respiro oblungo e controverso, quindi rinuncia con grande intelligenza a voler riprodurre sul grande schermo la medesima ampiezza polmonare per concentrarsi sui 4 passaggi del libro (leggermente rielaborati), che contengono più energia narrativa, più propensione all’azione, più potenzialità visive. Il traffico di droga che si polverizza negli anfratti cementiferi dei serpentoni di Scampia, il sogno di onnipotenza precoce di due adolescenti anarchici, il doppio gioco cinese-casalese del miglior “cucitore” della Campania, e il sublime cinismo markettaro dello stakeholder Servillo, messo in contrapposizione col rigurgito idealista del suo giovane collaboratore…
La sera del 18 giugno sono andato a vedere Vidiahdar Naipaul al Festival delle Letterature. Splendido il suo intervento sul contrasto/connubio parole/silenzio. Se avete un minuto si può leggere qui. Vi si trova una riflessione illuminante e su cui concordo pienamente sul ruolo della letteratura oggi. Applausi per Naipaul.
Per chi non avesse avuto modo di leggerli, ecco un pezzo di Travaglio in cui si trovano i dati ufficiali sulle intercettazzioni, pubblicati anche da Repubblica e Corriere. Magari in piccolo, ma pubblicati.
Intercettazioni di Marco Travaglio, l’Unità dell’11 giugno 2008
Un uomo dotato di un minimo di dignità, al posto di Angelino Alfano, dopo che tutti i suoi dati sulle intercettazioni sono stati sbugiardati da Luigi Ferrarella e Carlo Bonini sulle prime pagine del Corriere e di Repubblica (oltreché su l’Unità), avrebbe già scavato un buco in terra e vi sarebbe sprofondato, rosso di vergogna. E in un altro paese un ministro come Alfano sarebbe già stato dimissionato dal suo governo. Perché delle due l’una: o Alfano è un incompetente, e allora se ne deve andare; o mente, e allora se ne deve andare a maggior ragione.
Invece Angelino è Angelino, il Cainano è il Cainano e l’Italia è l’Italia. Dunque il Guardasigilli ad personam resterà al suo posto e verrà premiato: le sue bugie sono servite a mettere in circolo una carrettata di balle e a trasformare un efficacissimo strumento d’indagine in un’emergenza nazionale che ora allarma anche mezza opposizione e persino il capo dello Stato. Tg e giornali della ditta fanno il resto, rilanciando le panzane come se fossero vere (memorabile la prima pagina del Giornale: «Tutti gli italiani sono intercettati»). La truffa funziona perché sembra basarsi su dati statistici, ma per capire che sono manipolati basterebbe ascoltare l’esordio del ministro (non di un passante) nell’audizione dell’altroieri alla commissione Giustizia della Camera (non al bar o a Porta a Porta): «Secondo un mio calcolo empirico e non scientifico, è probabilmente intercettata una grandissima parte del nostro Paese». Capito? Lui fa i calcoli empirici. E conclude:
1) «Oltre 100 mila persone l’anno sono intercettate in Italia», 2) «mentre negli Usa sono 1.700, in Svizzera 1.300, in Gran Bretagna, 5.500, in Francia 20 mila»; 3) «Le 100 mila persone intercettate fanno o ricevono mediamente 30 telefonate al giorno. Così si arriva a 3 milioni di intercettazioni». 4) «La spesa sulle intercettazioni è in continua crescita: è aumentata del 50% dal 2003 al 2006» e occupa «il 33% delle spese per la Giustizia». Difficile concentrare una tale densità di balle, per quanto «empiriche», in così poche parole. Vediamo.
1) I decreti di autorizzazione dei gip alle intercettazioni sono stati nel 2007 appena 45.122 (più 34.844 di convalida, cioè di proroga quindicinale sulle stesse utenze); ma anche prendendo per buono il dato del ministro, 124.845 provvedimenti complessivi, la cifra non indica il numero dei soggetti intercettati: ogni decreto corrisponde a un’utenza, cioè a un numero telefonico (e spesso viene reiterato anche 3-4 volte, visto che ogni 15-20 giorni bisogna rinnovare il provvedimento). E quando s’intercetta un indagato si controllano i suoi cellulari, numeri di abitazione, mare, montagna, ufficio, auto, senza contare che il tizio cambia spesso scheda per sfuggire ai controlli. Il che significa che, a dir tanto, gli intercettati arrivano a 80 mila l’anno (su 3 milioni di processi). Pari non a «tutti gli italiani» o alla «grandissima parte», ma allo 0,2% della popolazione. .
2) Contando anche i diversi interlocutori dall’altro capo del filo, si arriva all’incirca all’1%.
3) Paragonare il dato italiano con quello degli altri paesi è come raffrontare le mele con le patate, visto che negli altri paesi il grosso delle intercettazioni le fanno, senza controlli né statistiche, i servizi segreti, le polizie, i pompieri, gli enti locali, le autorità di borsa ecc. Il nostro, come ha appurato nel 2006 la commissione Giustizia del Senato, è il sistema più garantista d’Europa. E l’80% degli ascolti riguarda la criminalità organizzata, cioè le mafie, sconosciute negli altri paesi europei.
4) La spesa per intercettazioni non è in aumento, ma in calo: nel 2005 era di 286 milioni, nel 2006 è scesa a 246, nel 2007 a 224 (40 in meno ogni anno). E 224 milioni non sono «il 33% delle spese per la Giustizia» (7,7 miliardi nel bilancio 2007), ma il 2,9%.
Ecco, la spesa reale è un decimo di quella sparata dall’ empirico ministro. Ma potrebbe avvicinarsi allo zero se lo Stato facesse lo Stato: obbligando le compagnie telefoniche, concessionarie pubbliche, ad applicare tariffe scontate o gratuite per le intercettazioni (che ora costano allo Stato 1,6 euro al giorno per i telefoni fissi, 2 per i cellulari, 12 per i satellitari); acquistando le attrezzature usate dagli agenti per intercettare, anziché affittarle a prezzi da favola da ditte private; recuperando le spese di giustizia dai condannati, che devono pagare i costi sostenuti dallo Stato per processarli (oggi si recupera il 3-7%). Resta da capire come possano il Pd e l’Anm «dialogare» con un ministro così, solo perché è «pacato». Spara cazzate, ma pacate.
L’Italia sta marcendo in una forma di benessere che è egoismo, stupidità, incultura, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla quando mana quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione direi allegra, mondana, socialmente eletta, dal fondo brutalmente egoista di una società.
P.P. Pasolini, Vie Nuove N.36, settembre 1962.
Oggi più di allora.
La strada che sta conducendo questo comatoso paese verso una società che prevede solo la presenza di due classi sociali si è accorciata di un altro chilometro. Le classi sociali sono quella dei soggiogatori e quella dei soggiogati, il taxi su cui percorrere questo chilometro è la legge in divenire sulle intercettazioni, che si aggiunge a quella di qualche anno fa sulla depenalizzazione del falso in bilancio come paradigma della cultura truffaldina delle classi dirigenti. Una legge di questo genere parla chiaro, e dice agli italiani, filtrando le intenzioni di chi la promulga: “Abbiamo bisogno di un ulteriore strumento legalizzato per rinchiudere la gestione dei soldi, quella amministrativa, i rapporti tra caste, gli accordi sottobanco in una dimensione non più controllabile e arginabile, per completare un sistema di privilegi che garantisca a noi soggiogatori un degno benessere per diverse generazioni. In cambo vi offriamo la possibilità di adeguarvi e fare lo stesso nel vostro piccolo. Se sarete bravi e avete qualcosa da offrirci in cambio porete sperare di entrare nel giro.” Che poi non è null’altro di quello che chiede una buona parte di popolazione. Se si volesse valutare la cosa in maniera ironica, si potrebbe vedere, in questo disegno di legge, una specie di ansia di ratificazione, cioè un bisogno di dare corpo formale a realtà esistenti nel tessuto sociale, che tuttavia non sono protette dalla legge. In questo caso non si tratterebbe delle coppie di fatto, ma del grande popolo dei corsari, dei traffichini, dei corrotti e dei corruttori. Del resto, e questo va riconosciuto, uno dei compiti di un governo è quello di incrementare la qualità della vita della popolazione, e non siamo ipocriti, in principal modo quella del proprio elettorato. Ora, volete mettere la comodità di trafficare beatamente al telefonino senza doversi sobbracare ore e ore di traffico per raggiungere luoghi appartati? Tanto la vetrina dei capri espiatori è piena, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci sarà sempre un rumeno su cui catalizzare quel bisogno d’odiare che ormai fa parte del codice della normalità.
Se l’energia è prodotta dal quadrato
del corso della lce e della massa,
se si diffonde su una curvatura
infinita e perfetta
dal centro alle sfere più estreme
di un universo chiuso e limitato,
io resto testa all’aria
tra i moti corruttori
del mondo sublunare.
Il cielo su di me è parete,
un vetro, una finestra.
Lo sfondo di un dipinto
profondo a nord lontano
e a sud disteso e largo.
Posso partire e non allontanarmi
conosco solo il qui e non il là
e ogni distanza coperta vuol dire
nuove distanze da coprire.
e sono sempre dove sono e mai altrove
e porto ogni mio bene
e porto ogni mio male.
Con questa splendida poesia si apre il libro d’erordio (I giorni della pioggia, Pequod, 2008) di un giovane poeta, Carlo Carabba. La coa che mi ha colpito di più di Carabba è che la sua poesia non è mai oscura, nonostante speso si cimenti con temi alti e con riflessioni profonde, con grandi elaborazioni della lingua (sfruttata per tutto il suo potenziale espressivo) e con aneliti molto intimi e toccanti, il lettore sa sempre cosa il poeta ha intenzione di comunicargli. Sono molti i versi appassionanti, in questa sede ho scelto la poesia d’apertura. Il consiglio è di non perdere questo libro, così abile a riportare a una dimenione vitale del proprio essere.
Oggi ritorno in libreria.
L’emozione è la stessa dell’esordio.
Ecco di cosa si tratta, ed ecco chi sono i quattordici.
E naturalmente il 20 Maggio, tutti a Massenzio.
Da circa tre o quattro mesi è in corso un’estenuante campagna mediatica sulla sicurezza. Non c’è anima viva che non abbia prodotto il proprio punto di vista sull’argomento, e l’impressione che se ne dovrebbe trarre è che l’Italia sia improvvisamente diventata una grande Secondigliano dove assassini, stupratori, rapinatori e topi d’appartamento sanguinari (per lo più romeni) siano assiepati dietro ogni cassonetto dell’immondizia. Per qualcuno è colpa dei giudici, per altri degli immigrati, per altri ancora di Veltroni e per alcuni del diavolo. Chiaramente la realtà è diversa. Basta vedere i dati. Ma siccome da circa vent’anni in Italia succede con vent’anni di ritardo per l’appunto tutto quello che succede in America (Propongo a tutti i biografi di Berlusconi di fare biografie più dettagliate e andare a scoprire dove il loro mentore raccatta tutte le metodologie politiche e comunicative della sua esperienza politica) proviamo a dare una spiegazione seria del fenomeno.
La missione di fornire “la sicurezza” è rivendicata , nel paese dove prolifera il bipolarismo degli stereotipi senza analisi, dalla destra. La stessa destra che nella sua manciata di Legislature ha prodotto: la legge Simenone-Saraceni del “giusto processo” incostituzionale, la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale e del falso in bilancio, la legge ammazza-pentiti e del cestina-rogatorie, la Cirami, l’ex Cirielli, la Pecorella, l’indulto salva-Previti di bipartisana santificazione, i tagli continui al bilancio della Giustizia. Queste leggi, alcune ad personam, altre ad casta, hanno accompagnato altre leggi (condivise, votate o ideate dalla cosiddetta sinistra) sull’assottigliamento delle spese sociali, i fondi alle scuole private, le privatizzazioni, l’aumento delle spese militari e molte altre) che hanno avuto la funzione di trainare il cambiamento sociale che si sta verificando in Italia negli ultimi anni, caratterizzato da un forte ampliamento della forbice tra i pochi strati privilegiati e benestanti e l’impoverimento delle masse.
Ecco, è storicamente dimostrato che l’unico agente in grado di determinare reali, costanti e significativi aumenti dell’indice di criminalità nelle società organizzate, sono le forti disparità sociali. Ed è in quest’ottica che per me va inquadrata l’attuale campagna. Per preparare grandi strati di consenso attraverso l’utilizzo di una tematica spiccatamente piccolo-borghese come la sicurezza (l’atavica paura che qualcuno rubi l’argenteria), per motivare a regola d’arte un clima maggiormente repressivo non verso la sicurezza che mancherebbe nel presente, ma di quella che mancherà in futuro man mano che le differenze sociali tra pochi ricchi e molti poveri aumenteranno.
E c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di sostenere che le televisioni non influiscono sulle scelte elettorali di una nazione di sottocultura puramente televisiva.
I professionisti della politica parlano il linguaggio becero che è l’unico della televisione, sempre apodittico e semplificativo. La popolazione, di età media molto alta, cede di schianto a campagne martellanti su temi vecchi quanto il cucco e di sicuro appeal come “La Sicurezza”. Basta aprire un libro di storia a qualsiasi pagina per scoprire come nel mondo moderno qualsiasi necessità di consenso faccia leva su sentimenti di paura, disprezzo per il diverso, ricerca del capro espiatorio, caccia alle streghe, diffusi via etere. Queste crociate sono in primo luogo false perché basta andare a vedere qualche dato serio, in secondo luogo ipocrite, perché nel nome di un legalitarismo antitetico ai dirigenti della destra italiana, assecondano soltanto un bisogno sociale di razzismo, che è tipico, appunto, delle sottoculture. L’ammasso di macerie che resta della sinistra italiana, a queste problematiche come risponde? Non cercando, anche nel lungo termine, di proporre una visione della vita alternativa, cercando una posizione di rottura, forse più rischiosa ma sicuramente più vicina all’identità delle molte persone che non si riconoscono nella melma attuale. Cerca, frastagliata, da un lato di proporre una versione più moscia ed edulcorata del berlusconismo e dall’altro non si discosta da una visione del mondo e della società che è ferma a trent’anni fa, completamente disorientata dalla totale assenza di quello che nella sua storia è sempre stato il punto di forza. Quel dibattito intellettuale non rinchiuso nelle nicchie delle terza pagine di due o tre quotidiani, anch’esso fermo a decenni fa. Ma applicato a riconoscere i cambiamenti sociali quando essi sono in divenire, e non quando hanno già prodotto i loro effetti irreversibili. La verità, chiaramente ridotta all’osso, è che la società stratificatasi a partire dagli anni 60 e che ha raggiunto oggi i suoi livelli di massima efficienza, ha fatto in modo di cancellare ogni possibilità di dibattito intellettuale. Come? In primo luogo organizzando le giornate delle masse in una spirale fatica-recupero della fatica attraverso l’evasione e la religione del futile, in secondo luogo adeguando (quasi) tutto ciò che può rientrare in un discorso di fruizione culturale alle linee guida della televisione, che di culturale non ha proprio nulla.
Oggi, la missione è quasi, definitivamente compiuta, con le croci celtiche in sfilata per le vie di Roma.
A questo proposito, due interventi per me interessanti.